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I dati Usa affossano le Borse europee

Ci sono dati e dati. Quello che è arrivato ieri nelle stanze degli investitori è stato certamente uno dei market mover più importanti degli ultimi mesi. E, non a caso, ha suscitato forti reazioni a catena sui mercati finanziari.
Il Pil nel primo trimestre dell’anno negli Stati Uniti è cresciuto appena dello 0,2% (su base annua), molto meno della performance del trimestre precedente (+2,2%) e, soprattutto, decisamente sotto le attese degli analisti (+1%). Questo cosa significa? Che le probabilità che la Federal Reserve alzi i tassi a giugno si assottigliano ulteriormente. I dubbi sono rimasti anche dopo che il comitato operativo della Fed, il Fomc, ha diffuso ieri sera alle 20 un comunicato in cui ha lasciato i tassi invariati nel range tra 0 e 0,25% indicando che «ritiene opportuno» tornare ad alzare i tassi di interesse «quando avrà assistito a un ulteriore miglioramento del mercato del lavoro e sarà ragionevolmente fiduciosa in un ritorno dell’inflazione verso il 2% nel medio termine».
Resta il fatto che il rialzo tassi non è messo in discussione, ma i tempi rischiano a questo punto di dilatarsi. E questo spiega come mai siano partite vendite sul dollaro: il cambio con la divisa unica europea che si è portato da 1,098 fino a un massimo di 1,118 sul Forex (per poi ridiscendere in area 1,112 dopo il comunicato del Fomc). Quello messo a segno ieri è il quinto rialzo consecutivo per l’euro, che è tornato sui livelli più alti degl ultimi due mesi e si allontanato dal minimo annuo a quota 1,04. La performance dell’euro si è riflessa immediatamente sui mercati azionari europei che in questo primo scorcio dell’anno si sono mossi in rialzo proprio grazie alle aspettative di maggiori profitti per le imprese esportatrici europei derivanti dal mini-euro. Non è un caso se il listino che ha sofferto di più è stato il Dax 30 di Francoforte, quello che nel paniere vanta una più forte componente di società esportatrici (Piazza Affari è invece più bancocentrica e legata alla domanda interna). La Borsa tedesca ha chiuso con un calo del 3,21%, maglia nera in Europa. Forti vendite anche a Parigi (-2,59%) e Milano (-2,28%). Ribassi inferiori ai due punti percentuali per Madrid e Londra. Vendite più contenute sul listino di Atene (-1,17%) reduce da cinque importanti rialzi consecutivi in scia alla crescente ipotesi tra gli investitori che nei prossimi giorni verrà trovato un accordo con i creditori internazionali sul debito.
Tra i settori più colpiti quello dell’automotive,con l’indice settoriale che ha ceduto il 3%. Vendite generalizzate: la tedesca Volkswagen, che ieri ha presentato conti migliori delle stime, ha ceduto il 3,4%. Più consistente invece il calo di Fca (-4,6%) i cui conti hanno invece deluso le aspettative degli analisti. Sul listino milanese, tra le big, si è “salvata” solo Telecom Italia che ha chiuso intorno ai valori della vigilia.
La debolezza del dollaro ha dato nuova linfa alle quotazioni del petrolio (scambiati in biglietti verdi e quindi correlato in modo inversamente proporzionale all’andamento della valuta) che è salito di oltre due punti percentuali con il Wti di New York che si è riavvicinato a quota 60 dollari al barile e il Brent di Londra in area 65.
Quanto a Wall Street nelle contrattazioni intraday è rimasta debole, ma con cali contenuti nell’orbita del mezzo punto percentuale, decisamente inferiori rispetto al paniere europeo. Ulteriore riprova che è stato il mercato valutario a farla da padrone ieri, impattando maggiormente sui listini europei, quelli che da inizio anno hanno maggiormente beneficiato dell’andamento finora favorevole dell’euro.
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