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I dati «tardivi» sono utilizzabili

L’inutilizzabilità dei documenti prodotti tardivamente (cioè non nella fase di verifica) non scatta se poi questi vengono prodotti in giudizio, pena una illegittima compressione del diritto di difesa. Lo ha chiarirlo la Corte di cassazione, con l’ordinanza 11765/2014 (si veda il Sole 24 ore di ieri). La sentenza, riferita al caso di un contribuente destinatario di un accertamento sintetico che solo in giudizio forniva la documentazione bancaria giustificativa dell’incremento patrimoniale addebitatogli, si inserisce nel dibattito circa il valore da attribuire alle mancate risposte a questionari, richieste ed inviti notificati dal fisco nell’esercizio dei suoi poteri istruttori. È una pronuncia molto rilevante rispetto ai tanto invocati controlli da redditometro, anch’essi svolti attraverso l’invio di appositi questionari (si veda l’articolo qui sotto).
Vi possono essere richieste riferite a controlli a tavolino o a controlli “sul campo”.
Muovendo dai controlli formali a tavolino (uno “automatizzato”, ex articolo 36-bis del Dpr 600/73, l’altro “manuale”, ex articolo 36-ter dello stesso decreto), in caso di discrepanze emergenti dall’incrocio di dati, l’ufficio può richiedere chiarimenti. Per tali controlli, se il contribuente non fornisce documentazione di supporto in esecuzione della richiesta, sembra che questa possa essere fornita in sede di impugnazione della successiva cartella esattoriale.
Quanto ai controlli sostanziali a tavolino, l’articolo 32 del Dpr 600/73 per le imposte dirette, e l’articolo 51 del Dpr 633/72 per l’Iva prevedono, a fianco della specifica sanzione pecuniaria per il rifiuto di esibizione (che va da 1.032 a 7.746 euro), una sanzione impropria, per la quale le notizie e i dati non addotti e la documentazione non esibita o non trasmessa in risposta ad inviti e questionari non può essere presa in considerazione a favore del contribuente in sede amministrativa e contenziosa. Tale causa di inutilizzabilità non opera se il contribuente deposita con il ricorso di primo grado i documenti dichiarando di non aver potuto adempiere alle richieste per causa a lui non imputabile. Di tale pregiudizievole conseguenza l’agenzia delle Entrate deve comunque informare il contribuente contestualmente alla richiesta. Inoltre, l’impossibilità di utilizzo nel processo riguarda solo i documenti richiesti e non esibiti e non invece qualsiasi documento di cui non si fa menzione nelle attività istruttorie. Per questo la richiesta deve essere specifica.
La clausola di salvaguardia riferita alla produzione in giudizio sembra poter essere ritenuta applicabile anche ai controlli sostanziali “sul campo” e segnatamente alla disposizione di cui al comma 5 del Dpr 633/1972 per la quale libri, registri, scritture e documenti di cui è rifiutata l’esibizione non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente. Una interpretazione difforme si scontrerebbe con lo Statuto del contribuente e la coerenza del sistema.
Vanno riconosciute quindi piene garanzie al contribuente in buona fede, anche perché spesso i documenti vengono pretesi in tempi ridotti a fronte di oggettive difficoltà di reperimento (si pensi alla documentazione bancaria o ai giustificativi di costi sostenuti molti anni addietro).
Del resto, la normativa è destinata a contrastare atteggiamenti ostruzionistici dei contribuenti, configurabili solo qualora la richiesta del fisco sia circostanziata, non potendo certo ravvisarsi un rifiuto di esibizione ove la richiesta riguardi genericamente una indefinita categoria di documenti (ad esempio tutti i libri e le scritture contabili). La valutazione della prova nel processo può essere influenzata dallo sleale comportamento del contribuente nella fase istruttoria, ma tale comportamento deve deliberamene tendere ad impedire o ostacolare il controllo o a far dubitare della genuinità dei documenti esibiti. La Cassazione, con la sentenza 11765, ribadisce una posizione invero espressa anche in altra recente pronuncia, la n. 8539/2014, ove è statuita la necessità del dolo, con la conseguente inapplicabilità della sanzioni impropria in caso di mancata esibizione dovuta a colpa. Ma non mancano decisioni della Corte di segno contrario, ove si è precisato che la sanzione della inutilizzabilità non scatta solamente in presenza di dolo ma anche quando sia frutto di un errore non scusabile (sentenza 27595/2013).

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