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I crediti incagliati e le basse rettifiche

Quell’anomalia nei conti di Veneto Banca spiccava a chiare lettere nei conti dell’istituto. L’anomalia messa nel mirino da Banca d’Italia erano i crediti concessi a piene mani a pochi soggetti spesso con insufficienti garanzie.
E peggio ancora tenuti a bilancio (2013) senza essere svalutati correttamente, come puntualizza il decreto della Procura capitolina. Il punto più critico pesava sul capitolo dei crediti incagliati. Ebbene i prestiti giudicati incagliati dalla banca erano, a fine 2013, ben 1,64 miliardi, saliti tra l’altro di un abbondante 60% in un solo anno. Mentre sulle sofferenze lorde a quota 2,7 miliardi la banca rettificava ben 1,2 miliari, sul pacchetto dei crediti incagliati la svalutazione era di soli 253 milioni con un tasso di copertura basso, del 15,4%. Era qui che con ogni probabilità l’istituto di Montebelluna chiudeva più di un occhio. Crediti dubbi su cui le svalutazioni erano tenute “leggere”. Che la tenuta di quelle posizioni fosse inadeguata e nel mirino di Bankitalia, ma anche della Bce, lo dicono le risultanze preliminari del bilancio del 2014 chiuso con un buco record di 650 milioni. Metà di quelle perdite sono svalutazioni di avviamenti (dalle molte acquisizioni fatte da Consoli e Trinca) ma oltre 240 milioni sono il frutto di rettifiche su crediti malati. E a guardare i nuovi numeri di Veneto Banca si scopre che il tasso di copertura degli incagli sale da improvvisamente da quella piccola soglia del 15% a un più ragionevole 23%. Un balzo di otto punti a segnare una maggiore pulizia dei crediti malati. Pulizia che si è estesa alle sofferenze anch’esse salite da un buon 44% al 53%. È qui che la banca sollecitata dalla Vigilanza ha dovuto rimediare a una politica di pulizia degli impieghi deteriorati tenuta appositamente bassa per non far emergere perdite ben più consistenti dei 150 milioni di passivo cumulati nel 2012-2013. La prova è nel tasso totale di copertura di tutti i crediti dubbi che ancora nel 2013 era solo del 30% del portafoglio. In questo modo l’istituto appariva fino a tutto il 2013 più solido nella qualità dell’attivo di quanto non fosse. E quella nuova perdita nel 2014, comunicata solo pochi giorni fa, da 650 milioni quattro volte più alta delle perdite cumulate nel biennio 2012-2013 è lì oggi a testimoniarlo.
Resta poi aperta l’altra grande anomalia, cioè il valore dell’azione diffusa tra i soci e i clienti. Il Sole 24 Ore ha ricostruito ieri il paradosso di un titolo, quello di Veneto Banca, il cui prezzo ha continuato a crescere a dispetto del deterioramento della redditività e dei fondamentali della banca. Ebbene una delle accuse mosse nel decreto di perquisizione della Procura di Roma è proprio sulla questione del prezzo dell’azione. Secondo la Procura «il valore dell’azione Veneto Banca non era rispondente al vero, dato che la stessa Banca d’Italia giudicava «un price/book (prezzo su patrimonio) di 1,43 incoerente con il contesto economico attuale e «indicando un costante incremento nell’ultimo decennio da 21,25 euro a 40,75». Non è certo la prima volta che sulle banche popolari non quotate in Borsa vengono espresse perplessità sui criteri di valutazione che vengono utilizzati per attribuire il prezzo delle azioni.
Ma perchè Veneto Banca, in questa fase, si attribuiva prezzi del titolo che la procura romana ritiene non congrui? Qui le risposte possono essere molteplici e tutte ipotetiche: ancora una volta ad aiutare a comprendere dove va a parare la procura è il testo del decreto di perquisizione che indica tra i documenti da acquisire presso la banca «dati ed elementi riguardanti operazioni societarie di aggregazione, dismissione, fusione, aumento di capitale, emissioni obbligazionarie sui mercati regolamentati e non comunque di altro tipo che nel periodo dal primo gennaio 2009 alla data di oggi risultano sottoposte al vaglio delle authority di vigilanza». Inclusa la Consob, che guardacaso da metà dello scorso gennaio risulta essere al lavoro con una squadra di ispettori nella sede di Montebelluna. Al centro delle verifiche ispettive spiccherebbe il tema della vigilanza e della Mifid nel rapporto tra intermediari e clienti. Ma il focus delle verifiche – secondo quanto risulta a il Sole24ore – è riposto nel collocamento di strumenti finanziari cioè i titoli della stessa banca nel corso del più recente degli aumenti di capitale della banca. Quella stessa ricapitalizzazione da 490 milioni e la contestuale conversione del prestito obbligazionario da 350 milioni – concluso nel luglio scorso – che ha consentito all’istituto veneto di elevare il Cet 1 ratio (common equity Tier 1) oltre il 10%. Un livello superiore all’8% richiesto dalla Bce e che ha consentito alla banca di superare le verifiche dell’Eurotower.

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