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I costruttori: così chiudiamo

In Spagna hanno preso una decisione radicale: abbattere almeno una parte delle case invendute, quelle tirate su una dopo l’altra quando l’economia andava alla grande, e poi rimaste vuote. Appartamenti con vista recessione. In Italia non siamo ancora a tanto e più che ad abbattere il governo pensa a «riciclare» le case di nuova costruzione che non hanno trovato un compratore. Dal palco dell’assemblea dell’Ance, l’associazione nazionale dei costruttori edili, il viceministro alle Infrastrutture Riccardo Nencini la butta lì fra le righe: «Sugli immobili invenduti stiamo lavorando ad una soluzione innovativa». L’idea è quella di trasformare un pezzo di quegli appartamenti vuoti, che con il passare degli anni rischiano pure di andare in rovina, in una soluzione per chi una casa non ce l’ha. Non solo nella formula classica degli alloggi popolari, ma anche con quella più flessibile del cosiddetto housing sociale. E cioè con un affitto a canone calmierato, quattro anni più quattro, o con la soluzione del rent to buy, l’affitto con promessa di acquisto. L’ipotesi è quella di creare un fondo, si pensa anche al coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti. Ma siamo ancora ai primi passi: al momento non si sa nemmeno quanti siano di preciso gli immobili invenduti. Le stime parlano di 200 mila unità, comunque quattro volte meno che nella Spagna degli abbattimenti. Ma tutto dipende da cosa si intende esattamente per invenduto, da quanti anni l’appartamento deve essere rimasto sul mercato. In ogni caso la riconversione degli immobili invenduti dovrebbe essere limitata alle grandi città, o almeno ai centri dove la «domanda di casa» è più forte.
Non basta certo questo a risollevare un settore, quello delle costruzioni, che la crisi l’ha pagata più di tutti gli altri. Dal 2008 ad oggi il comparto ha perso 58 miliardi di fatturato e 800 mila posti di lavoro, gli investimenti sono tornati ai livelli del 1967. Un crollo che ha spinto il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, ad aprire l’assemblea con la tentazione della bandiera bianca: «Siamo in una situazione così difficile e drammatica — ha detto — che viene spontaneo chiedersi se non sia il caso di chiudere le nostre imprese con il minor danno possibile per i nostri dipendenti». Parole drammatiche che servono anche a far sentire il fiato sul collo al governo, ancora indeciso su quando portare in Consiglio dei ministri il decreto legge sblocca Italia. In quel testo ci sono misure molto attese dal settore, dall’obbligo di spendere in infrastrutture lo 0,3% del Prodotto interno lordo all’autorizzazione edilizia standard, passando per il rifinanziamento di progetti di riqualificazione come il piano città e i 6 mila campanili, con gli interventi per i piccoli centri. Il decreto potrebbe arrivare in Consiglio dei ministri il 31 luglio ma solo se la pausa dei lavori parlamentari sarà ridotta al minimo, non più di 15 giorni. Altrimenti c’è il rischio di non riuscire a convertirlo in tempo e la pratica verrebbe rinviata a dopo l’estate. Non è l’unica grana da risolvere. Due giorni fa, nel protocollo sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, il ministero dell’Economia si è impegnato ad affrontare anche il capitolo dei debiti per investimenti, quasi tutti pendenti verso i costruttori. Una novità perché finora gli investimenti erano stati tenuti fuori dal pagamento degli arretrati perché, a differenza di quanto avviene con la spesa corrente, l’operazione farebbe salire il deficit, con il rischio di sforare la famosa soglia del 3% nel rapporto con il Pil. Dopo il protocollo, l’Ance si aspetta un primo segnale proprio nel decreto sblocca Italia, con lo stanziamento di almeno mezzo miliardo da utilizzare per saldare questo tipo di debiti. Il resto, sempre secondo l’Ance, dovrebbe arrivare con la legge di Stabilità. Per il momento, però, non c’è accordo nemmeno sull’ammontare complessivo degli arretrati. I costruttori parlano di 11 miliardi di euro, il ministero dell’Economia di meno della metà.

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