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I costi certi «tagliano» il reato

Ai fini del calcolo della imposta evasa per la configurazione dei reati tributari occorre tener conto anche dei costi non contabilizzati ove siano certi e precisi.
A fornire questa interessante indicazione è la Corte di cassazione, sezione III penale, con la sentenza n. 37131 depositata ieri.
Il rappresentante legale di una società veniva condannato nei primi due gradi di giudizio per infedele presentazione della dichiarazione dei redditi per un periodo di imposta (articolo 4 Dlgs 74/2000) ed omessa presentazione per un altro anno. A nulla rilevava la produzione in giudizio di una serie di documenti da cui si desumeva che la società aveva sostenuto ulteriori costi rispetto a quelli contabilizzati.
Secondo la Corte di appello, infatti era stata prodotta una quantità indiscriminata e scarsamente controllabile di documenti fiscali e non era stata fornita una ragionevole giustificazione sulla mancata annotazione in contabilità di tali costi. A sostegno della tesi accusatoria, era poi rilevato dal giudice di merito che nella tenuta delle scritture contabili vi erano macroscopiche irregolarità.
L’imputato ricorreva per Cassazione evidenziando, in estrema sintesi, che la Corte di appello non aveva tenuto conto, nella quantificazione della imposta evasa, e quindi nel superamento della soglie di punibilità di tutti i documenti prodotti attestanti costi sostenuti, ancorché non risultanti dalla contabilità ufficiale.
Considerando detto elementi negativi di reddito l’imposta ritenuta evasa sarebbe scesa al di sotto della soglia di rilevanza penale con la conseguenza che nessuna condotta illecita sarebbe stata commessa.
La Cassazione ha accolto il ricorso evidenziando preliminarmente che, a norma dell’articolo 109, comma 4, del Tuir, le spese e gli oneri afferenti i ricavi e gli altri proventi, che pur non risultando imputati al conto economico, concorrono a formare il reddito, sono ammessi in deduzione se e nella misura in cui risultano da elementi certi e precisi.
Secondo la sentenza, il legislatore ha inteso consentire la deduzione dei costi sostenuti, anche in nero, ove detti costi non risultino dalle scritture contabili, ma da altri elementi, a condizione che questi ultimi siano certi e precisi. Per escludere l’applicabilità di questa disposizione non è pertanto sufficiente affermare, come avvenuto nella specie, che i costi dedotti non risultano dalle scritture contabili. Infatti qualora si abbia certezza degli stessi è necessario, comunque, procedere alla loro valutazione quanto meno al fine di evidenziare la mancanza del requisito della certezza e della precisione della documentazione dalla quale essi emergono.
Nella valutazione di costi non contabilizzati o in nero il giudice di merito, chiarisce la Suprema Corte, ha l’onere di procedere ad una disamina analitica dei documenti dai quali essi emergono, non potendosi far coincidere la mancanza di elementi certi e precisi relativi a detti oneri con l’irregolarità, anche macroscopica, della tenuta della contabilità.
Per tale ragione è stata annullata la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello affinché proceda a nuovo giudizio fornendo, in particolare, un’adeguata motivazione circa la deducibilità, nel caso di specie, dei costi sostenuti a nero dalla società, previo analitico esame della relativa documentazione.
La pronuncia è particolarmente interessante perché di sovente l’imposta evasa si desume nel corso procedimento penale esclusivamente dall’esito dell’accertamento fiscale. In quest’ultimo, soprattutto in ipotesi di rettifiche induttive, non si tiene conto dei costi non contabilizzati con la conseguenza che alla fine quanto ritenuto evaso dall’amministrazione finanziaria, ha riflessi decisivi ai fini del superamento della soglia penale, a nulla rilevando che il contribuente abbia veramente sostenuto altri oneri (anche se non contabilizzati).

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