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I concept store sono protetti

Concept store, l’architettura è protetta. Con sentenza del 13 ottobre 2015, n. 11416, il tribunale di Milano ha riconosciuto la tutela del diritto d’autore alla elaborazione progettuale dei locali commerciali («concept»), da intendersi quale specifica composizione dei moduli di arredamento, disposti in una determinata maniera in tutti i punti vendita, sì da diventare il fil rouge che il pubblico riconosce e ricollega a una medesima impresa.

I giudici milanesi hanno, innanzitutto, evidenziato che il carattere creativo necessario per accordare la protezione del diritto d’autore anche agli arredamenti di interni quale opera di architettura consiste «in un risultato non imposto dal un problema tecnico ( ) ma valutato in base alla scelta, coordinamento e organizzazione degli elementi dell’opera».

Sulla base di tale assunto è stato rinvenuto il requisito del «carattere originale e creativo del progetto sviluppato su commissione di Kiko», concludendo per la violazione del medesimo da parte della società Wjcon srl, essendosi essa illegittimamente appropriata «del complesso degli elementi che compongono il concept sviluppato da parte attrice, con differenze nella conformazione di alcuni singoli elementi ( ) del tutto irrilevanti rispetto alla ripresa pressoché integrale di tutti gli elementi» del progetto originale. È stato, inoltre, evidenziato che il giudizio di contraffazione prescinde dall’eventuale pericolo di confusione per il pubblico (aspetto rilevante in materia di marchi), ma si basa sulla valutazione della «riproduzione illecita dell’opera da parte dell’altra, ancorché camuffata in modo tale da non rendere immediatamente riconoscibile l’opera originaria».

Oltre a inibire la società convenuta dall’ulteriore prosecuzione degli illeciti accertati, anche a titolo di concorrenza sleale parassitaria, il tribunale ha condannato Wjcon al risarcimento del danno liquidato in via equitativa in 716.250 euro. La quantificazione è stata effettuata utilizzando come criterio principale il risparmio che il contraffattore ha potuto ottenere grazie allo sfruttamento del progetto di architettura sviluppato da Kiko. Tale importo è stato, poi, aumentato in base al numero dei negozi ai quali Wjcon ha illegittimamente applicato il concept. A ciò è stato aggiunto il rimborso delle spese investigative sostenute da Kiko, oltre al riconoscimento delle spese legali quantificate in 26.400 euro.

Interessante notare come Kiko, pur menzionandola, non abbia azionato la registrazione per modello relativa al «Design di arredi di interni per negozi monomarca Kiko». Ciò, molto probabilmente perché proprio il tribunale di Milano in un caso precedente, pur non escludendo in generale che un modello possa tutelare un progetto di d’arredamento, aveva ritenuto che in quel caso il modello azionato da Kiko non avesse ad oggetto «il concept», ma solo «specifici elementi di arredo». Sul tema, si era, peraltro, espresso in senso diametralmente opposto il tribunale di Bologna (sentenza n. 2241 del 14 luglio 2015), che aveva, invece, ritenuto che il concept d’arredamento non possa proprio rientrare nella definizione di «disegno o modello».

Non va peraltro ignorata la possibile tutela del concept come marchio di forma: la Corte di giustizia europea ha già confermato come, in presenza di idonea capacità distintiva, la rappresentazione «del]l’allestimento di uno spazio di vendita mediante un insieme continuo di linee, di contorni e di forme può costituire un marchio» (10 luglio 2014, caso C-421/13, Apple Inc. vs. Deutches Patent-und-Markenamt).

Le imprese che intendono rafforzare la propria brand identity hanno, dunque, a disposizione più di uno strumento che, valutato nella corretta prospettiva e con la dovuta strategia, configura un’occasione ulteriore di competitività.

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