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I «cocopro» primo test nel riordino dei contratti

Sfoltire e tagliare la burocrazia dei contratti: è la parola d’ordine del Jobs act che dovrà trovare attuazione in uno dei decreti delegati attesi al Consiglio dei ministri di venerdì prossimo. Le modalità di assunzione, si ripete da anni, sono tante, forse troppe. La Fondazione De Benedetti qualche anno fa arrivò a elencarne 44, la Cgil 46, al ministero del Lavoro ai tempi di Elsa Fornero 34 e a voler essere “sintetici” – come calcolato dal Sole 24 Ore – si scende a 28.
Tutele crescenti e «cocopro»
L’ambizione è molto alta se si pensa che la delega punta addirittura alla scrittura di un testo unico semplificato delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro. Ma c’è anche il rischio di creare difficoltà applicative intervenendo su formule contrattuali che in tempi non troppo lontani hanno subìto modifiche. Senza contare poi che la formula-chiave, il contratto a tutele crescenti, deve ancora entrare in vigore (il decreto è atteso venerdì al Cdm per il varo definitivo): qui l’obiettivo – attraverso una razionalizzazione delle tutele in caso di licenziamento – è quello di rafforzare le opportunità di ingresso nel mercato del lavoro, con un maggior utilizzo del contratto a tempo indeterminato. E un ulteriore slancio per questa formula potrebbe arrivare anche dall’azzeramento triennale dei contributi introdotto dalla legge di Stabilità 2015.
Un puzzle di non facile incastro, di cui si discuterà anche nell’incontro fissato in settimana dal ministro Giuliano Poletti con le parti sociali.
Il restyling degli altri contratti dovrebbe partire con un intervento sulle collaborazioni coordinate e continuative per arrivare al loro definitivo superamento. L’obiettivo del Governo è realizzare un’operazione radicale per fare chiarezza tra autonomia e subordinazione. Sui collaboratori a progetto, in particolare, l’ipotesi è di partire con un periodo di transizione per arrivare a cancellare questo contratto entro il 1° gennaio 2016. Dovrebbero “sparire” anche le associazioni in partecipazione (già ridimensionate dalla riforma Fornero) e il job sharing (mai decollato e che interessa oggi qualche centinaio di lavoratori).
Si punterebbe, invece, ad allargare il raggio d’azione dei voucher per il lavoro accessorio, rendendone più agevole l’utilizzo con l’ipotesi anche di aumentare i massimali che attualmente sono di 5mila euro nell’anno solare e di 2mila per committente imprenditore o professionista.
«Interinale» più semplice
Semplificazioni normative dovrebbero poi arrivare per la somministrazione e il part-time: da quanto si apprende, si tratta di piccoli aggiustamenti per facilitarne l’utilizzo. Lo staff leasing (somministrazione a tempo indeterminato), in particolare, dovrebbe diventare più appetibile, vista la possibilità di beneficiare degli incentivi contributivi.
Più complicata la partita sui job on call, i contratti a chiamata che, da una parte, si vorrebbero eliminare tout court e, dall’altra, mantenere in alcuni settori, come il turismo e il commercio. Sui job on call già la riforma Fornero aveva ristretto le maglie di utilizzo, ormai tracciato attraverso la comunicazione preventiva. Sul punto si ricorda che – solo per questo adempimento – tra luglio e novembre del 2012 il ministero del Lavoro è intervenuto con svariate disposizioni di prassi.
Il cantiere è aperto sull’apprendistato (si veda l’articolo in basso) per limare ancora le inefficienze del contratto, che non ha mai visto decollare le declinazioni pensate per il raccordo tra scuola e lavoro: l’apprendistato per il diploma e quello di ricerca. I tempi, però, non saranno brevi, vista anche la necessità di tener conto del provvedimento “La buona scuola” realizzato dal ministero dell’Istruzione.
Puzzle di regole sul termine
Infine, il capitolo contratti a termine, dove c’è l’ipotesi di ridurre il numero di proroghe (da 5 a 3) e la durata massima (da 36 a 24 mesi). Una formula che è già stata oggetto di diversi tira-e-molla, avvenuti sul testo del Dlgs 368/2001 negli ultimi anni: la materia sembrava aver raggiunto un buon punto d’arrivo con il decreto Poletti del 2014 e andare a restringere la durata massima del rapporto, così come ridurre il numero delle possibili proroghe, secondo gli addetti ai lavori, rischierebbe di creare più danni che profitti. Senza contare le complicazioni gestionali legate al continuo cambiamento delle regole del gioco: nello spazio di neanche dodici mesi potrebbero convivere quattro differenti regimi temporali, ciascuno con caratteristiche diverse.
Intanto, entro marzo di quest’anno scadranno 540mila contratti a termine, oltre un quinto del totale, secondo il report del centro studi Datalavoro (si vedano i dati pubblicati qui a lato). E nel caso di proroga i regimi saranno diversi a seconda che la stipula sia avvenuta prima o dopo il 21 marzo 2014 (si veda l’approfondimento a pagina 25).
I tempi di attuazione
In questo contesto è bene considerare, infine, le tempistiche di attuazione del Jobs act: se, come è stato annunciato, queste misure saranno varate il 20 febbraio, è probabile che il sistema non sia operativo prima dell’estate. Tra i tempi per raccogliere i pareri delle Commissioni parlamentari, l’iter per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e le relative istruzioni che di solito accompagnano questi provvedimenti, il percorso sarà tutt’altro che celere.

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