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I cinque bond per la crescita

ROMA
Dopo gli Efsf-bond, in attesa dell’imminente lancio degli Esm-bond e nella speranza che prima o poi arrivino gli union-bond, l’Eurozona si sta attrezzando per lanciare – entro fine anno – i project-bond per le infrastrutture europee su energia, trasporti e digitale e fors’anche gli Sme-bond per accrescere il credito alle piccole e medie imprese europee. Come? Ricorrendo a una Bei potenziata nei compiti e ricapitalizzata nei mezzi ma anche creando nuovi strumenti di debito garantiti dai fondi strutturali europei e dalla Bei per aumentare gli investimenti dei privati a sostegno di occupazione e crescita senza gravare sui bilanci pubblici.
Questi cinque bond, ora nuovi ora vecchi ora avveniristici, ammonterebbero a pieno regime a svariate migliaia di miliardi: almeno 5.000 miliardi di union-bond (pari ai titoli di Stato fino al 60% del Pil dell’Eurozona), fino a 700 miliardi di Efsf-Esm bond, almeno 300 miliardi di project-bond, Sme-bond e Bei-bond aggiuntivi.
Il “bond”, quale che sia la sua etichetta, sta divenendo quindi un elemento chiave per il rilancio dello sviluppo economico dell’Eurozona. Per ora ci sono gli Efsf-bond: obbligazioni emesse dal primo fondo salva-Stati (creato nell’agosto 2010) che consentono di raccogliere denaro sul mercato a costi contenuti (in virtù dei rating “AAA” di Moody’s e Fitch e “AA+” di S&P) per finanziare gli Stati in crisi di liquidità o di insolvenza e ricapitalizzare sistemi bancari deboli. L’Efsf ha una capacità massima di erogazione di credito pari a 440 miliardi, che si affiancherà dal prossimo luglio a quella del fondo di stabilità permanente Esm (500 miliardi) per elevare la potenza di fuoco massima congiunta a quota 700 miliardi.
La gamma degli interventi di Efsf ed Esm (che potrebbero prendere il posto della Bce nell’acquisto di titoli di Stato di Paesi non sotto programma di aiuti stile-Fmi ma assistiti in via precauzionale per superare difficoltà temporanee) aiuta la crescita in via indiretta: la riduzione forte del costo della raccolta degli Stati in difficoltà altamente indebitati con il contenimento degli spread sui bond governativi libera risorse pubbliche che in quegli stessi Stati possono essere dirottate su investimenti produttivi. Il calo del premio a rischio pagato dallo Stato a cascata riduce lo spread imposto alle banche per finanziarsi sul mercato e quindi porta a un taglio del costo del credito a imprese e famiglie. Le ricapitalizzazioni assistite dall’Efsf-Esm, negli Stati che non possono permettersele (prima Grecia e Irlanda, dopo forse la Spagna), sono fondamentali per la crescita: un sistema bancario solido eroga più credito e inietta fiducia nel sistema-Paese. Per questo la Bce ha erogato finanziamenti straordinari a tre anni all’1% per 1.000 miliardi: anche se in prospettiva il calo strutturale del credito bancario dovrà essere integrato da corporate bond, private equity e più Sgr dedicate ai prestiti Pmi.
I project-bond, gli Sme-bond e i Bei-bond intervengono direttamente sugli investimenti per la crescita. Le strade allo studio sono diverse. Di certo la Bei dovrà essere ricapitalizzata con un’iniezione di almeno 10 miliardi di capitale paid-in perché ha già erogato prestiti attorno ai 480 miliardi su una capacità massima di 580 (2,5 volte il capitale, 232 miliardi di cui 12 paid-in). La Bei potrebbe sottoscrivere la tranche mezzanine o subordinata nei prestiti alle infrastrutture, incoraggiando l’ingresso di capitali privati. A garanzia dei finanziamenti a energia, trasporto, digitale e Pmi potrebbe intervenire anche la Commissione europea, con i fondi strutturali: un effetto-volano sui privati, una leva da due a quattro volte sui prestiti bancari. Erogazioni Bei da 25 miliardi portano in media a prestiti complessivi per 75 miliardi.
Infine gli union-bond, l’ultimo atto dell’integrazione fiscale degli Stati dell’Eurozona. Si ipotizzano titoli di Stato “federali” garantiti (totalmente o parzialmente) dai membri dell’euro. Potrebbero sostituire i titoli di Stato nazionali equivalenti al debito pubblico fino al 60% del Pil: il debito oltre la soglia di Maastricht continuerebbe a essere finanziato con i titoli di Stato nazionali, che diventerebbero “junior” e rendimenti elevatissimi per blindare il rispetto di Fiscal compact e Six-pack.

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