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I cinesi vogliono Telecom Italia Sparkle

I cinesi e le reti infrastrutturali: una passione forte, bruciante. Solo sei mesi fa il gruppo State Grid of China ha portato a casa il 35% della nostra Cdp Reti (che ha in pancia quote di Snam e Terna); ora le mani di Pechino si allungano su Telecom Italia Sparkle. E l’interesse non sorprende. Sparkle ha in portafoglio una ragnatela di cavi lunga 450 mila chilometri tra Europa, America Latina e Mediterraneo facendo viaggiare i dati e le telefonate sia della casa madre Telecom Italia sia di altri 500 operatori del mondo, che pagano per questo servizio. A fine 2013 Sparkle aveva un posizione finanziaria attiva per 170 milioni. I super-cavi sottomarini di Sparkle sono un asset di pregio. C’è “Mediterranean Nautilus”, che collega l’Italia alla Grecia, alla Turchia, a Israele. Ma pesano anche “SeaMeWe4” e “Imewe”, che uniscono l’Europa all’Asia con un’efficienza tale da attirare ora l’attenzione di un fondo d’investimento cinese tra i più liquidi del Paese. D’altra parte, Sparkle non è un nome sconosciuto a quelle latitudini, lì nello scacchiere asiatico, dove ha una controllata con sede a Singapore e un ufficio antenna ad Hong Kong.

La notizia del potenziale compratore cinese crea un discreto scompiglio dentro Telecom Italia, che controlla Sparkle. Dentro Telecom Italia, si distinguono nitide due scuole di pensiero. I top manager più vicini al presidente Giuseppe Recchi chiedono che la porta sia aperta ai miliardari di Pechino, i cui (tanti) soldi servirebbero a ridimensionare l’indebitamento generale del gruppo. D’altra parte, Telecom Italia mastica già un po’ di cinese, avendo la People’s Bank of China come azionista, sia pure al 2.07%. Molto, molto prudenti su Sparkle sono invece i manager prossimi all’amministratore delegato Marco Patuano, frenati da ragioni di opportunità politica.
Cdp Reti è un soggetto pubblico. L’apertura del capitale a un investitore come State Grid of China è avvenuta sotto la diretta regìa di Palazzo Chigi che ha portato nelle casse erariali ben 2,1 miliardi per una quota importante ma non totalitaria della società (il 35%). Era il 31 luglio 2014.
Sei mesi dopo Telecom Italia non potrebbe trattare quote rilevanti di Sparkle senza il via libera del ministro dell’Economia Padoan e del premier Renzi. D’altra parte, i rapporti tra Telecom e il governo sono già abbastanza tesi sul fronte della banda ultra larga che dovrebbe percorrere l’Italia (oggi nuovo vertice a Palazzo Chigi sul tema) e non è il caso di sommare incomprensioni a incomprensioni. Un manager di punta di Telecom Italia, sentito da Repubblica, conferma che non c’è fretta di esaminare il dossier cinese («mai discusso in consiglio di amministrazione neanche come ipotesi »). Prima che la cosa avanzi servirà – oltre al semaforo verde della politica – un confronto diretto tra Patuano e Recchi che possono trovare una posizione di sintesi grazie alla loro intesa.
Su tutt’altro fronte l’agenzia d’informazione Radiocor rivela che Telecom Italia si prepara a cancellare la quotazione di Telecom Italia Media, che va dunque incontro al delisting . La casa madre sarebbe pronta a un’offerta sul flottante di Timedia pari al 22% del capitale, in modo da ritirare il titolo da Piazza Affari. Timedia, che capitalizza circa 100 milioni, è controllata al 78% da Telecom Italia.
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