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I cento giorni caldi di Mr. Profumo

di Massimo Mucchetti

È probabile che Alessandro Profumo si dia un po' di tempo prima di scoprire il gioco della sua presidenza al Monte dei Paschi. Un po' perché a Siena Profumo inizia un mestiere nuovo e un po' perché il futuro del Monte è solo in parte nelle mani di chi lo guida.
Nella sua vita precedente, a Unicredit, Profumo era il capo assoluto di un'azienda di credito internazionale e tendeva a considerare tutti uguali i soci, al di là delle loro quote. Era favorito in questo dai ricorrenti contrasti tra le fondazioni e dalle loro carature azionarie comunque non enormi. Nella vita nuova, il capo dell'azienda è Fabrizio Viola, da poco strappato alla Banca popolare dell'Emilia-Romagna, mentre a lui, Profumo, tocca di presiedere il consiglio di amministrazione che risponde a un azionariato nel quale spicca, con il 48%, una sola fondazione, la Fondazione Mps.
Le radici
Il futuro economico del Monte è avvolto nell'incertezza. I finanziamenti della Bce, al tasso agevolato dell'1,7% (contando anche la garanzia pubblica), hanno portato 22 miliardi di euro. Abbastanza per risolvere nell'immediato i problemi di liquidità che avevano afflitto la banca nel corso del 2011 e ne avevano depresso le operazioni. Ma l'incognita dell'adeguatezza patrimoniale resta e condiziona gli assetti azionari. In particolare, potrebbe mettere in discussione il primato della Fondazione Mps che già, per rimborsare i suoi debiti, sta vendendo un 15% a una cerchia, non ancora definita, di nuovi soci eccellenti. Detta con altre parole, la domanda è questa: Profumo conserverà o reciderà la radice senese della proprietà della banca con tutto quel che ne segue per quel gioiello di comunità che è la città del Palio?
I numeri
Mettiamo in fila le cifre. Nell'autunno scorso, la European banking authority (Eba) ha stabilito che il Monte debba aumentare i mezzi propri di 3,3 miliardi per essere in regola con i requisiti patrimoniali, data la massa delle attività. Come per le altre banche europee sottoposte alla sua sorveglianza, l'Eba ha dato tempo fino al 30 giugno 2012. La cifra richiesta dipende dalle perdite teoriche sui titoli di Stato (acquistati in misura esagerata) e da quelle sui derivati di copertura (c'è stato un ribasso e non un rialzo dei tassi). E suona beffarda ove si pensi che, solo nella scorsa estate, il Monte aveva faticosamente aumentato il capitale di 2,1 miliardi per poter rimborsare i Tremonti-bond. Poche settimane dopo, l'Eba dice che non solo quei miliardi non possono essere usati per rimborsare i Tremonti-bond (che concorrono al patrimonio di vigilanza), ma che ne servono altri 3,3, di miliardi.
Forte di sei secoli di storia, il Monte ha preso tempo davanti alla neonata Authority. E nel giro di qualche mese, con la ripresa dei titoli di Stato e la riduzione dello spread tra i Btp e i Bund, le potenziali minusvalenze si sono ridotte di molto.
Secondo Mediobanca Securities, se l'Eba rifacesse l'esercizio del settembre scorso ai valori del 12 marzo, il Monte dovrebbe ricapitalizzarsi per 1,6 miliardi. Più o meno la metà di prima. E potrebbe farcela battendo le strade di casa. Quali? La principali sono due: la conversione delle obbligazioni fresh in azioni e la ponderazione per il rischio secondo il proprio modello di quegli attivi che ancora non lo sono, in attesa della validazione da parte della Vigilanza.
Profumo avrà già sentito dire a Siena che, se lo spread calasse all'1,8% (in questi giorni oscilla tra il 2,8 e il 3,2%) e i tassi risalissero un po', verrebbe meno per intero l'esigenza di ricapitalizzazione posta dall'Eba. E le risorse interne comunque disponibili (vedi la tabella) potrebbero essere utilizzate per rimborsare finalmente i Tremonti-bond.
Diversamente, a partire dal 2013, quel finanziamento statale oneroso (il beneficiario paga oltre il 9%, più del vecchio costo del capitale e un po' meno di quello attuale) potrebbe essere convertito in azioni. Nel qual caso, ai valori correnti, la Fondazione Mps si troverebbe con una partecipazione inferiore a quella del Tesoro. È vero che starebbe alla banca chiedere la conversione, ma l'alternativa al rimborso e alla conversione sarebbe la conservazione del debito a tassi più pesanti.
Le alternative
Per queste ragioni, la rossa Siena tifa per il governo Monti. La conservazione della radice locale, che alimenta i redditi di un'intera città, passa paradossalmente attraverso la vittoria del più internazionale dei premier nella battaglia dello spread. Ma siamo sicuri che, di qui a giugno, tutti i tasselli vadano a posto? Certo, è in atto una garbata ma diffusa pressione sull'Eba affinché prenda atto che, dopo le iniezioni di liquidità della Bce e il riscatto dei titoli pubblici mediterranei, la situazione è assai migliorata rispetto a settembre. Ma l'Authority, presieduta da Andrea Enria, troverà una strada per ritirarsi senza perdere la faccia?
Nel dubbio, l'Italia — e non solo l'Italia — ha anche un altro modo per percorrere l'ultimo miglio. L'Eba, infatti, determina le prescrizioni di nuovi capitali nel presupposto che il totale degli attivi ponderati per il rischio resti quello. All'Eba non interessa il livello del capitale in sé, ma il rapporto tra il capitale e gli attivi. Se, per ipotesi, questi attivi diminuissero, calerebbe in proporzione la capitalizzazione richiesta. Ora, con tanti fondi posti fuori dalla giurisdizione dell'Eba, ricchi di liquidità e in cerca di impieghi, non sarebbe impossibile trovare uno che faccia da cavaliere bianco. Un soggetto dove parcheggiare, in cambio di un equo compenso, quote dell'attivo così da riequilibrare i coefficienti patrimoniali.
Passata la data fatidica del 30 giugno, quelle attività potranno sempre essere riprese. È un gioco delle tre carte, ma è anche la risposta a un'Authority che ha sbagliato a trattare i titoli pubblici prima del varo del fondo salva Stati e delle iniezioni di liquidità della Bce.

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