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I capitali di Cipro verso il Nord Europa

Più si accendono focolai di crisi, più i capitali tendono ad andarsene. Capitali affluiti copiosamente, dall’avvio dell’euro, dai Paesi del Nord Europa verso la periferia a finanziarne la crescita. Basti pensare alla Spagna che ha visto un afflusso enorme di capitali esteri che hanno drogato la più gigantesca bolla immobiliare della storia di Madrid. Ma come sono arrivati, tanto facilmente se ne tornano se il ciclo economico volge all’ingiù. Se poi – il caso greco insegna – la recessione diventa strutturale, acuita anche dalle misure di austerità, quella fuga di capitali esteri divente irrefrenabile.
Basti pensare all’esodo di massa da Spagna e Italia all’apice della crisi dei debiti sovrani. Come ha rilevato a suo tempo il Fondo monetario internazionale dai due Paesi mediterranei sono usciti capitali tra il giugno del 2011 e il giugno del 2012 per la bellezza di oltre 200 miliardi ciascuno. Una vera e propria emorragia, tamponata successivamente dal rientro degli allarmi e dalla rete di protezione predisposta dalla Bce con il varo del piano Omt.
Ma ora il caso cipriota e domani, chissà, il caso sloveno rischiano di far ridecollare il fly to quality dei capitali. Dal Sud Europa, dalle banche in particolare verso Geramania, Olanda, Finlandia, insomma il cuore dell’eurozona. Del resto basta analizzare le posizioni nette tra creditori e debitori all’interno dell’Eurosistema. La Germania ha toccato il picco di 751 miliardi di credito netto all’interno del sistema Target2 nell’agosto del 2012. Al contrario Spagna, Italia e Grecia avevano posizioni debitorie rispettivamente per 429 miliardi, 289 e 108 miliardi. Questo fu lo Zenith, poi il rientro della fase più acuta della crisi sovrana dell’eurozona ha mitigato quelle esposizioni. Ma non le ha ribilanciate. A fine gennaio del 2013 la Germania vanta ancora un credito per 617 miliardi con uno sbilancio in negativo (debito) dell’intera periferia dell’eurozona per 822 miliardi. Un disequilibrio pericoloso, vissuto con ansia dai tedeschi. Che hanno finanziato ampiamente negli ultimi anni, grazie al saldo crescente delle loro partite correnti, i deficit dei paesi periferici e ora temono di rimanere con il cerino in mano. Ma la soluzione non è certo quella di spingere ulteriormente con misure sempre più drastiche di rigore e austerità quei paesi verso recessioni ancora più acute. La cura rischia di uccidere il paziente e la Germania corre a questo punto il rischio più che concreto di perdere i propri crediti. Ma con questo neo-protezionismo finanziario che vede i Paesi forti riportare a casa i propri capitali, non si va da nessuna parte. O meglio si finisce per acuire le difficoltà, scavando un fossato sempre più profondo tra Nord e Sud Europa. Il caso delle banche è sintomatico. Se togli fondi alle banche del Sud abbassi la loro base di depositi, costringi le banche a un brusco calo dei prestiti e avviti l’economia reale nella spirale recessiva. È accaduto in Grecia dove sono usciti dalle banche elleniche 70 miliardi di liquidità. È accaduto in Spagna dove gli stranieri si sono affrettati a riportare a casa oltre 60 miliardi. Ed è accaduto anche in Italia, dove secondo le stime dell’Abi il calo dei depositi stranieri è tuttora del 12% su base annua. La frammentazione del sistema del credito in Europa continua a essere una seria minaccia per la tenuta dell’euro. E se poi a Cipro si ricorre ai prelievi forzosi allora la frittata è fatta. Sarà un caso isolato, riguarda una piccola isola e capitali stranieri di dubbia provenienza, ma si infrange un tabù. Quella dell’inviolabilità dei depositi bancari.

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