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I campioni new economy della grande fuga dal Fisco

New economy, ma vecchi vizi (fiscali). Pochi giorni fa l’aggressivo quotidiano Canard Enchaîné ha scritto che il fisco francese avrebbe chiesto a Google un miliardo di euro in tasse non pagate. Google France ha negato di avere ricevuto qualunque richiesta. Un portavoce del presidente della Repubblica, François Hollande, si è trincerato dietro il segreto fiscale. La questione è nota: Google fattura gran parte di ciò che guadagna in Europa attraverso la sua sussidiaria in Irlanda, Paese che ha fatto della propria generosità fiscale nei confronti delle aziende la propria arma. Google non è da sola: secondo il New York Times l’antesignana del sistema chiamato «double dip» (in quanto si basa su due società parallele in Irlanda) è stata la Apple. Negli anni Novanta seguì la Microsoft. Poi Cisco. Dunque Google. Di recente si è accodata Facebook. Tutte queste aziende, pur seguendo delle regole mal sopportate ma accettate, potrebbero essere viste male per il fatto di non pagare la maggior parte delle tasse sugli utili in Europa. Spetta alle autorità fiscali scoprire dove finisce l’elusione e comincia l’evasione. In realtà, come spesso avviene, è anche una questione di prospettive. E per una volta Europa e Usa sembrano d’accordo. Se dal nostro punto di vista il «double dip» è un sistema per non pagare le tasse nei Paesi europei per gli Stati Uniti è un sistema creato per lasciare a secco le casse federali. Il Senato Usa, per esempio, ha preparato un dossier sulla Microsoft per dimostrare come, grazie al meccanismo in questione, la società sia stata capace di ridursi le tasse 2011 di 2,43 miliardi di dollari: due società in Irlanda (Microsoft Ireland Operation e Microsoft Ireland Research) e una terza che pur avendo lo stesso indirizzo — 70 Sir John Rogerson’s Quay, Dublino — è una società delle Bermuda, noto paradiso fiscale da black list. Insomma, il sistema è pensato per non pagare né qui né lì. Con delle conseguenze bizzarre: per esempio, ogni dipendente della Microsoft in Irlanda produce 22,5 milioni di dollari di profitti! Quanto sareste disposti a pagare per questi superuomini della produttività? La società guidata da Steve Ballmer li paga, in media, 44 mila dollari.
Rifrazioni fiscali, certo. Ma non è detto che le cose possano continuare a funzionare così: la Bbc domenica ha calcolato che Apple ha pagato 713 milioni di dollari al 29 settembre (chiusura dell’anno fiscale in America) su profitti extra Usa pari a 36,8 miliardi di dollari, pari a un’aliquota dell’1,9%. Dall’altra parte dell’Oceano il Nyt ha seguito le tracce della Apple fino in Nevada dove la società ha spostato la sede Usa per evitare le tasse corporate della California che pure sono all’8,84%. D’altra parte in Nevada si paga zero.
La società guidata da Tim Cook si è fatta sentire: «Nella prima metà dell’anno fiscale 2012 le nostre operazioni Usa hanno generato circa 5 miliardi in tasse federali e locali» (n.b., secondo il New York Times nel calcolo la Apple ha messo anche le tasse pagate dai propri dipendenti). La risposta è simile a quella giunta da Google ieri: «Il nostro contributo all’economia europea è sostanziale. Infatti, paghiamo le tasse, diamo lavoro a migliaia di persone, aiutiamo centinaia di migliaia di imprese a crescere online e investiamo milioni per supportare nuove aziende tecnologiche in tutta Europa. E rispettiamo tutte le normative fiscali, in tutti i Paesi nei quali operiamo». Sembra quasi che il lavoro per le industrie del settore sia una forma di charity. Eppure alla fine del double dip anche per Google qualche vantaggio c’è: su entrate per 12,5 miliardi di euro, Google ha denunciato utili pre-tasse in Europa per appena 24 milioni e ha finito con il pagare alle autorità irlandesi — secondo l’Irish Times — 8 milioni.

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