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I BTp sfiorano il 2%, salgono i tassi Bund

C’è l’incognita Grecia a condizionare nelle ultime giornate l’andamento dei mercati finanziari, ma non sono soltanto le incertezze legate al futuro di Atene dentro o fuori l’unione monetaria europea a turbare i sonni degli investitori e ieri ne abbiamo avuta un’ulteriore riprova. I titoli di Stato della «periferia» europea hanno sì vissuto un’altra seduta di svendite e i loro tassi si sono riportati ai massimi dell’anno (1,92% per il BTp decennale, due centesimi in meno per il Bono), ma anche i rendimenti dei Bund hanno continuato a crescere (0,59%) senza che si verificasse quindi la classica «fuga verso la qualità» che scatta ogni volta che l’avversione al rischio prende il sopravvento.
E pure i segnali che sono arrivati dai listini valutari e azionari contrastano in qualche modo con una spiegazione esclusivamente «ellenico-centrica» dei movimenti dei mercati, perché pur in una giornata caratterizzata da elevato nervosismo l’euro si è rafforzato ulteriormente toccando a 1,1350 dollari i massimi da fine febbraio e le Borse hanno tenuto il passo: Piazza Affari ha addirittura chiuso in progresso dello 0,37%, imitata da Madrid (+0,43%), Francoforte (+0,20%) e Parigi (0,15%). È pur sempre vero che la stessa Atene ha messo a segno un rimbalzo vicino al 3%, ma questa circostanza rafforza semmai la convinzione che ieri gli investitori avessero in fondo le antenne poco sintonizzate sul braccio di ferro in atto fra il governo Tsipras e il Gruppo di Bruxelles.
Occorre quindi forse cercare altrove il motivo per cui i rendimenti dei titoli di Stato europei abbiano in pochi giorni non soltanto più che annullato gli effetti legati al quantitative easing targato Bce, ma stiano anzi risalendo in quasi tutti i Paesi avanzati, Stati Uniti compresi. Fra gli analisti finanziari va per la maggiore una spiegazione di carattere economico, più che finanziario: gli investitori starebbero in sostanza riconsiderando le aspettative sull’inflazione futura, tema sottovalutato se non addirittura ignorato negli ultimi mesi che non può non incidere sui tassi (e sui prezzi) dei bond sovrani.
A orientarli verso una scelta simile sarebbero stati in chiave europea i dati leggermente migliori delle attese per l’andamento dei prezzi al consumo in Germania la scorsa settimana, ma anche il recupero per certi versi inatteso del prezzo del petrolio (ai massimi da fine novembre, come si legge nell’articolo a pagina 34) crea più di un grattacapo a livello globale. E a confortare una visione del genere sono giunte anche ieri le nuove stime della Commissione europea, che hanno aumentato a 1,5% (1,8% per l’Italia) le proiezioni sull’inflazione dell’Eurozona per fine 2016.
Questi ultimi sono in fondo valori non troppo distanti dall’obiettivo fissato dell’Eurotower («inferiore, ma vicino al 2%») e che portano alcuni a ipotizzare di nuovo un’uscita dal piano di riacquisti anticipata rispetto al termine prefissato al settembre del prossimo anno: dopotutto anche il tasso di inflazione medio atteso fra cinque anni per i successivi cinque (la misura preferita dalla Bce per monitorare le attese a medio termine e orientare la politica monetaria) è balzato all’1,81% nel giro di pochi giorni.
Questa sorta di «tapering all’europea» avrebbe spinto a sua volta gli investitori a cambiare direzione e vendere bruscamente quei titoli di Stato dei quali si erano riempiti le tasche nei mesi precedenti. C’è il dubbio che si sia andati un po’ oltre, sia nello stimare la ripresa dell’inflazione, sia nell’ipotizzare una prematura fine del piano Draghi, sia infine nello scaricare all’unisono BTp, Bund e soci. Gli eccessi rappresentano però a loro modo l’altra faccia della medaglia delle esagerazioni che si vedevano in direzione contraria fino a qualche mese fa: ora come allora la liquidità sui mercati del reddito fisso è particolarmente ridotta ed è facile assistere a movimenti accentuati; l’utilizzo di meccanismi automatici che si muovono tutti nella stessa direzione e soprattutto nel medesimo momento fa il resto. Oggi l’unico compratore di titoli di Stato europei è rimasta la Bce: ha mani forti, e non disdegna certo una discesa dei prezzi. Il mercato potrebbe ricordarsene presto.

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