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I BTp puntano su Draghi: tassi ai minimi

Volano i titoli di Stato e affondano le Borse. Non c’è molto da meravigliarsi in questa contraddizione soltanto apparente: in un mondo in cui l’economia non fa altro che lanciare continui segnali di rallentamento, influendo sui corsi azionari, le Banche centrali acquistano importanza e restano l’ultima risorsa per rilanciare la congiuntura in alcune aree del mondo o per evitare la spirale deflattiva in altre. Lo schema si sta in fondo ripetendo da tempo e quella di ieri, sotto questo aspetto, è stata nient’altro che una giornata di conferme.
Partiamo dalla frenata: il taglio delle stime sulla crescita globale ad opera della Banca mondiale (dal 3,4% al 3% per il 2015, vedi articolo sotto) non ha in fondo stupito nessuno, ma non ha ovviamente contribuito a migliorare l’umore degli investitori europei verso la Borsa. Il calo delle vendite al dettaglio Usa nel mese di dicembre è invece giunto inatteso, quantomeno nelle proporzioni (-0,9% mensile anziché -0,2%), e ha zavorrato ancora di più i listini non soltanto a Wall Street (dove l’indice S&P è brevemente scivolato anche sotto i 2mila punti). Così Piazza Affari ha finito per cedere l’1,59%, in linea con il resto del Vecchio Continente dove Parigi ha lasciato sul terreno l’1,56%, Francoforte l’1,25%, Madrid l’1,2% e Londra (penalizzata dai titoli minerari) addirittura il 2,35 per cento.
Il corollario al rallentamento globale è rappresentato dal tracollo delle materie prime, un movimento che va oltre la pura speculazione finanziaria: non soltanto il petrolio (con il barile di Brent ora a 47 dollari), ma anche il rame (-5% come si legge anche a pagina 32). L’altra faccia della medaglia è invece la sempre maggior fiducia (o forse sarebbe meglio dire «fede») nelle capacità delle Banche centrali di sistemare la situazione, quella stessa che spinge gli operatori all’acquisto dei titoli di Stato su entrambe le sponde dell’Atlantico e non solo.
Si sono infatti visti nuovi minimi storici sui rendimenti dei decennali italiani (1,72%, con lo spread sul Bund a 130 punti base), ma anche su quelli di Francia (0,65%), Olanda (0,48%) e Germania (0,42%): si tratta di un evidente riflesso delle crescenti attese del mercato per un futuro intervento in acquisto da parte della Banca centrale europea (Bce) in quello che in gergo viene definito «quantitative easing».
Ieri, a questo proposito, l’accelerazione è stata data dall’intervista di Mario Draghi a Die Zeit (nella quale il presidente della Bce ha ricordato che le alternative rimaste a disposizione dell’Eurotower «non sono infinite»), ma soprattutto dal parere sostanzialmente favorevole rilasciato dalla Corte europea di giustizia sul piano Omt (noto come «salva-stati»), che ha in pratica rigettato gran parte dei rilievi posti dalla Corte costituzionale tedesca. Pur trattandosi di programmi differenti (l’uno è un aiuto di Stato, l’altro uno strumento di politica monetaria a tutti gli effetti), il via libera all’Omt viene in pratica interpretato dal mercato come una sconfitta di Berlino e un ostacolo in meno sulla strada verso il «Qe» in salsa europea: l’appuntamento ormai è per giovedì prossimo, 22 gennaio.
I rendimenti dei titoli di Stato stanno però scivolando giù non soltanto nell’Eurozona, ma anche in Gran Bretagna (1,51% per il Gilt decennale), Stati Uniti (il Treasury a 10 anni è tornato all’1,82% e quello trentennale ha registrato nuovi minimi storici al 2,41%) e perfino Canada, dove il decennale è arretrato su livelli record (1,52%). In un mondo che viaggia con il freno a mano tirato, gli operatori si aspettano che le Banche centrali mantengano un atteggiamento espansivo ancora a lungo e indugino quindi a rialzare i tassi dove fino a qualche settimana fa ci si aspettava mosse simili.
Il dato sulle vendite al dettaglio Usa, per esempio, non sembra essere stato registrato dal «Beige book» della Federal Reserve diffuso in serata, che ha sottolineato invece come l’economia Usa abbia «continuato a crescere a fine 2014» pur esprimendo preoccupazioni per l’impatto del calo del prezzo del petrolio. Ha però raffreddato le attese dei mercati per una stretta Fed, contribuendo ieri anche a rallentare l’avanzata del dollaro (che in mattinata aveva spinto l’euro verso nuovi minimi quasi decennali a quota 1,1726): la mano delle Banche centrali continua decisamente a guidare i mercati.
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