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I Brics rimescolano le carte per ridimensionare il dollaro

Il vertice dei capi di stato e di governo dei Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), riunito martedì 16 luglio a Fortaleza (Brasile), ha assunto una decisione «storica», destinata a rivoluzionare la governance economica mondiale. Scomodare l’aggettivo «storica», in questo caso, non ha nulla di retorico, poiché questa decisione avrà conseguenze paragonabili soltanto all’Accordo di Bretton Woods (1944), che poco prima della fine della Seconda guerra mondiale disegnò il nuovo ordinamento monetario internazionale, centrato sulla supremazia del dollaro (moneta del Paese vincitore della guerra), e su due istituzioni fortemente influenzate dagli Stati Uniti, come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale.

Inevitabilmente, anche l’Italia dovrà fare i conti con le novità decise in Brasile, e non potrebbe essere diversamente per un Paese come il nostro, dove l’industria manifatturiera è fortemente legata, per via delle esportazioni e delle delocalizzazioni, a quattro (Cina, Russia, India, Brasile) dei cinque Paesi Brics.

Per capire la portata storica del vertice di Fortaleza, basta ricordare alcuni dati: messi insieme, i Paesi Brics hanno una popolazione di quasi 3 miliardi e un pil in continua e forte crescita. Da anni, questi paesi premevano per una nuova Bretton Woods, al fine di avere un peso maggiore nella governance mondiale e porre un argine alla supremazia di un dollaro sempre più instabile, e perciò sempre meno affidabile come moneta di riserva e per gli scambi commerciali.

Le rivendicazioni dei Paesi Brics sono state bene illustrate dall’economista Paolo Savona in un saggio di qualche anno fa (Il ritorno dello Stato padrone. I fondi sovrani e il grande negoziato globale; Rubbettino), che ora si sta rivelando profetico.

Benché consapevoli che la loro leadership mondiale fosse declinante, gli Stati Uniti di Barack Obama hanno fatto finora orecchio da mercante di fronte a tutte le richieste di una nuova Bretton Woods, ignorando i suggerimenti degli economisti più attenti alla geopolitica, e quasi irridendo la pretesa dei Paesi emergenti di contare di più. Ai governi che hanno provato a sollevare il problema dell’instabilità del dollaro, ricorda Savona, il Tesoro Usa ha sempre risposto con uno slogan a dir poco arrogante: «Il dollaro è la nostra moneta, ma un vostro problema». Non minore fortuna hanno avuto le richieste di avere un peso maggiore nelle istituzioni monetarie mondiali. La Cina, per esempio (si veda la tabella), ha una quota di voto nel Fmi del 4,86%, circa un quarto di quella Usa (16,77%), benché le due economie ormai si equivalgano. Non solo. La quota di voto della Cina è inferiore a quella della Germania (5,88%), e di poco superiore a quella dell’Italia (3,66%). Gli altri Paesi Brics sono ancora più sottovalutati della Cina nel Fmi, e contano tutti meno dell’Italia: la Russia ha il 3,16%, il Brasile il 2,34%, l’India l’1,88%, il Sudafrica lo 0,54%.

Da tempo, questi dati non riflettono più la realtà geopolitica, tantomeno quella economica. La Cina ha un miliardo 360 milioni di abitanti e un pil che negli ultimi tre anni è aumentato in media del 7,7%. In India gli abitanti sono un miliardo 250 milioni e il pil salirà dal più 3,2% del 2012 al più 5,4% alla fine di questo anno. Meno brillanti, tra il 2 e il 3% di crescita del pil nel triennio, i risultati di Russia (144 milioni di abitanti), Brasile (200 milioni) e Sudafrica (53 milioni). Ma si tratta pur sempre di performance economiche che i paesi industriali del Vecchio Occidente, soprattutto quelli europei, sprofondati nella stagnazione o nella recessione, non riescono più neppure a immaginare.

Dietro ai numeri ci sono nuove realtà aziendali che hanno scalato le classifiche mondiali. Nei primi dieci posti della classifica stilata da R&S per Mediobanca, la russa Gazprom è prima, la cinese PetroChina terza (dietro alla giapponese Toyota), la brasiliana Petrobras settima, la russa Rosneft decima. Non solo. Russia e Cina hanno stretto accordi di enorme portata economica, come quello recente per la costruzione di un gasdotto che porterà il gas russo in Cina; accordo che fa seguito all’intesa tra Mosca e Pechino per lanciare un’agenzia di rating asiatica, con l’obiettivo di svincolarsi dalle agenzie di rating made in Usa e in Europa, che sono viste dai Brics come strumenti di un imperialismo economico dell’Occidente non più accettabile. Questa attenzione alla componente finanziaria dell’economia cinese che trova poi conferma nel fatto che la China Construction Bank è diventata la prima stanza di compensazione per le transazioni in renminbi a Londra, mentre la filiale di Francoforte della Bank of China dovrà svolgere lo stesso ruolo per l’eurozona.

Di fronte a questi cambiamenti, la pretesa del Fmi e della Banca mondiale di essere gli eterni pivot dell’economia mondiale ha perso i supporti sia economici che politici. Così, stanchi di essere sotto-rappresentati negli organismi mondiali, dopo anni di trattative deludenti, i paesi Brics hanno deciso di prendere le distanze dal Fmi e dalla Banca Mondiale con un atto formale, che segna l’inizio di un nuovo ordinamento mondiale. Tale atto è la costituzione della Banca Brics, articolata nella New Development Bank (Ndb) e in un Fondo di riserva monetario denominato Accordo sui Fondi di Riserva (Contingent Reserve Arrangement, CraA). Il capitale della Banca Brics sarà di 50 miliardi di dollari, finanziato in parti eguali dai cinque Paesi fondatori. Avrà la sede a Shanghai (Cina), il primo presidente del Consiglio dei governatori sarà russo, il primo presidente del Consiglio di amministrazione sarà brasiliano, mentre toccherà a un indiano il ruolo di primo presidente della Banca, e il Sudafrica avrà una sede regionale sul proprio territorio. Quanto al Fondo di riserva monetaria, avrà un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, di cui 41 versati dalla Cina, 5 dal Sudafrica, mentre Russia, India e Brasile ne verseranno 18 ciascuno. La Banca sarà operativa a partire dal prossimo anno. Quanto al dollaro, per ora moneta principe anche della nuova Banca Brics, sarà gradualmente sostituito con altre valute negli interventi che di volta in volta saranno messi in campo per aiutare i Paesi con problemi di liquidità.

La nuova Banca mondiale è anzitutto una vittoria per l’India, a cui si deve la prima idea del nuovo organismo. Nella foto ricordo (in alto) del vertice di Fortaleza i capi di Stato dei cinque Paesi Brics si stringono le mani intorno a Dilma Roussef, presidente brasiliana. Tra questi, spicca sorridente il leader russo Vladimir Putin, che non ha mancato di sottolineare l’evento in chiave politica: «L’istituzione della Banca per lo sviluppo dei Paesi Brics permette ai suoi soci di essere più indipendenti dalla politica finanziaria dei Paesi occidentali. E fa parte di un sistema di misure che potrebbe aiutare a prevenire le pressioni sui Paesi che non sono d’accordo con alcune decisioni di politica estera degli Stati Uniti e dei loro alleati». Fin troppo evidente il duplice significato: la Banca Brics rappresenta non solo di una rottura della governance monetaria creata 70 anni fa a Bretton Woods, ma è anche, per Putin, una risposta alle sanzioni economiche che gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno imposto alla Russia, a seguito delle vicende in Ucraina. La nuova Banca sarà aperta all’adesione di altri Paesi delle Nazioni Unite, ma la quota dei Paesi Brics non potrà scendere sotto il 55%. Lo scopo della nuova istituzione, recita il comunicato ufficiale, «è di rafforzare, sulla base di sani principi bancari, la cooperazione tra i Paesi Brics, integrare gli sforzi delle istituzioni finanziarie multilaterali e regionali per lo sviluppo globale, contribuendo a conseguire l’obiettivo di una crescita forte, sostenibile ed equilibrata». Di fatto, è la nascita di una nuova Banca mondiale, dotata di ampie riserve, che si pone come alternativa al Fmi e alla Banca Mondiale, e crea le premesse di una nuova architettura finanziaria globale, dove gli Stati Uniti non potranno più fare il bello e il cattivo tempo.

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