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I Brics nella new age del protezionismo

di Anna Del Freo

Sembra una parola fuori moda: protezionismo. Malgrado economisti, istituzioni internazionali, Fondo monetario e stampa internazionale siano da sempre paladini del libero scambio, le barriere doganali, tariffarie e non, sono più vive che mai e tra i Brics, i giganti emergenti, il protezionismo sta tornando alla ribalta come il modo apparentemente più semplice per sfruttare le risorse interne e favorire il decollo di un tessuto industriale. Specie i Paesi ricchi di materie prime, infatti, vorrebbero vedere le proprie risorse più utilizzate all'interno, evitando la dinamica "esporto commodities- importo prodotti finiti". Ed è soprattutto l'America latina, dove questa tradizione è più radicata, ad aver dato un stretta decisa. Parliamo del Brasile, ma anche, extra Brics, come l'Argentina.
America Latina
«Il Brasile – spiega il direttore della Camera di Commercio a San Paolo, Edoardo Pollastri – oggi è penalizzato nell'export sia da inefficienze strutturali sia da un'eccessiva valutazione del Real. I capitali, anche speculativi, continuano ad arrivare nel Paese perché è percepito come stabile e questo valorizza la moneta». Il protezionismo non è dichiarato ma è evidente. Alla fine del 2011, rileva l'ufficio Ice di San Paolo, si è tentato un aumento del dazio sulle auto (si veda infografica). Il Paese sta anche cercando di modificare l'accordo automobilistico col Messico, per limitare l'import, temendo che il Paese venga usato come piattaforma verso il Brasile da parte di altri Stati. Questa settimana sarà probabilmente annunicato l'aumento dell'aliquota denominata Cofins (contributo alla sicurezza) su 35 prodotti riguardanti l'energia, mentre forti polemiche suscita l'intenzione del Governo di rendere impossibile la vita a chi vuole esportare vino.
Anche l'Argentina, decisa a promuovere l'industria locale, ha dato una stretta in senso protezionistico, specie sul fronte delle barriere non tariffarie. «Tra la fine del 2010 e il 2011 – conferma il segretario della Camera di commercio a Buenos Aires, Claudio Farabola – sono cambiate le norme, è necessario chiedere il permesso per una serie di prodotti. Dal primo febbraio poi serve anche una dichiarazione anticipata di importazione, cosa che ha creato grande scompiglio. L'obiettivo è favorire da parte degli stranieri la produzione locale. La situazione è molto fluida». E l'ufficio Ice di Buenos Aires segnala con preoccupazione il nuovo trend che, fa rilevare, riguarda anche auto e moto, specie quelli di alta gamma non prodotti in Argentina.
Cina
Anche la Cina gioca più facilmente sulle barriere non tariffarie, anche perché ha terminato l'implementazione di tutti gli impegni presi nella Wto e alcuni dazi, specie sui beni di lusso, molto richiesti nel Paese, sono previsti in calo. Non c'è, a parere del presidente della nostra Camera di commercio di Pechino, Franco Cutrupia «nessuna manovra restrittiva in atto sui dazi». Per le altre barriere, spiegano all'Ice di Pechino, la situazione è fluida: ci sono momenti di restrizione per alcune categorie o anche per distretti. Gli ostacoli sono strutturali: normative e adempimenti diversi in approdi diversi, contraddittorio orale, standard tecnici oscuri. «Ma anche noi italiani non scherziamo – dice Enzo Ragazzi, dalla sede di Shanghai di Otim, grande gruppo che organizza trasporti marittimi –. A differenza di altri Paesi europei, che hanno certificati standard e scritti in inglese, con lo stesso timbro, immediatamente riconoscibili alla Dogana, dall'Italia arriva davvero di tutto: abbiamo visto anche certificati scritti a mano, per non parlare del fatto che i moduli, sanitari o di certificazione, sono diversi a seconda delle Asl che li rilasciano o degli enti di provenienza. In questi casi, il doganiere cinese ha gioco facile a rallentare tutto. Così ci danneggiamo da soli».
Russia
Le certificazioni sono un problema anche in Russia, che le utilizza per attivare barriere non tariffarie. Quelle rilasciate in Europa non valgono nel Paese: salvo licenza speciale, devono esser fatte in Russia. E questo vale per moltissimi prodotti.
«Il prodotto certificato paga una dogana media che va dal 5 al 35% – spiega il segretario della camera di commercio italiana a Mosca, Flavio Ramella –. Le auto hanno dazi elevati perché si vuole favorire l'insediamento di imprese straniere che lavorino qui.
La tendenza protezionistica non si è accentuata negli ultimi mesi, ma risale al precedente Governo Putin. La recente entrata nella Wto dovrebbe però aiutare, è un forte segnale politico». Nel frattempo, come rimarcano anche all'ufficio Ice di Mosca, permangono ostacoli in tutti e quattro i settori merceologici più importanti per l'Italia.
India
Tentazioni protezionistiche pure in India, dove la situazione è complicata dal fatto che una parte del dazio è sotto la discrezionalità dei singoli Stati. «C'è da dire che India e Ue stanno negoziando da tempo un accordo di libero scambio – dice il segretario della Camera di commercio a Mumbai, Sergio Sgambato –. Ora si parla di chiuderlo prima dell'estate ma in reltà non si sa quando si arriverà a conclusione. Sulle barriere non tariffarie non ci sono novità, si discute sul riconoscimento delle certificazioni del Paese d'origine: anche se le norme Indiane sono simili a quelle di Usa e Ue, i nostri certificati non vengono riconosciuti in India».
Sudafrica
Ultimo dei Brics, il Sudafrica non è un Paese dove si sia registrata una stretta protezionistica: forse perché è un mercato che ha bisogno di tutto e produce poco per l'export. Ma per esempio nel campo dell'energia, una parte dei processi produttivi ora deve essere fatta in Sudafrica.
 

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