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I BoT raggiungono nuovi minimi

Mai così in basso. I BoT a 6 mesi collocati ieri dal Tesoro (per un controvalore di 7,5 miliardi) sono stati “battuti” al tasso dello 0,309% rispetto allo 0,492% di maggio. Si tratta del minimo storico anche su questa scadenza dopo che nei giorni scorsi i BoT a 12 mesi erano scesi nel territorio inesplorato dello 0,492% (su livelli in teoria negativi conteggiando tasse e commissioni). Minimo che fa il paio con quello dei CTz (0,591%) collocati mercoledì. Nonostante i tassi stiano scendendo, la domanda continua ad essere sostenuta e di gran lunga superiore all’offerta: l’asta dei semestrali si è chiusa con un rapporto di copertura a 1,73 da 1,70 precedente. 
E oggi il Tesoro rincara la dose. Vanno in asta BTp a 5 (per 4 miliardi) e 10 anni (2,5 miliardi) e CcTeu (1,5 miliardi) per un importo complessivo di 8 miliardi. Anche in questo caso potrebbero essere sfondati nuovi minimi. Secondo gli operatori interpellati da Radiocor, i titoli scenderanno al di sotto di due soglie psicologiche: l’1,5% per il quinquennale e il 3% per il decennale. Nel dettaglio il nuovo benchmark a 5 anni già ieri quotava sul grey market intorno all’1,41% mentre il BTp decennale rende sul mercato secondario il 2,85%: un livello non molto distante da quello che dovrebbe spuntare domani in asta la riapertura da massimi 2,5 miliardi prevista dal Tesoro. In offerta anche un CcTeu a 5 anni. Sul secondario lo spread tra BTp e Bund si mantiene intorno ai valori della vigilia e chiude a 148 (quello calcolato considerando il BTp in scadenza marzo 2024) o 161 (se si prende come benchmark il BTp in scadenza settembre 2024 che “paga” il 2,73%).
Il mondo finanziario, però, pare mai come ora spaccato. Se in Italia (ma il trend coinvolge l’Eurozona) i tassi all’asta continuano a scendere, negli Stati Uniti cresce invece lo spettro di un rialzo. Scenario che sta causando un certo nervosismo tra gli investitori. I listini europei erano infatti positivi prima che il presidente della Federal Reserve di Sant Louis, James Bullard, dichiarasse che negli Stati Uniti i tassi di interesse potrebbero essere rialzati già nel primo trimestre del 2015. Quindi, prima del secondo trimestre al momento prezzato dai mercati. Il che significherebbe un’uscita dal piano di stimoli monetari (che attualmente viaggiano al ritmo di 35 miliardi di dollari al mese contro gli 85 dello scorso autunno) più veloce di quanto atteso, entro la fine dell’anno. Una dichiarazione che cozza con il dato sul Pil americano, diffuso ieri, scivolato del 2,9% nel primo trimestre, molto più della stima preliminare (-1%) e delle attese (-2%), che teoricamente dovrebbe prolungare la fase di stimoli e ritardare i tempi della stretta. Si sposano in questa direzione altri dati macro diffusi ieri che confermano che l’economia a stelle e strisce – per quanto a differenza dell’Eurozona sia riuscita a recuperare gli 8,7 milioni di posti di lavoro persi durante la recessione del 2008-2009 anche grazie a tre piani di allentamento monetario – non stia camminando ancora a pieni giri. Le richieste di sussidi di disoccupazione sono sì diminuite di 2mila unità a quota 312mila, ma meno delle attese (310mila). E poi sono saliti a maggio, ma sotto le attese, i redditi personali (+0,4%) e le spese dei consumatori (+0,2%), anche questi sotto il consensus.
La sensazione è che al di là dell’andamento del Pil (che in ogni caso dovrebbe recuperare segnando una crescita del 3% nei prossimi quattro trimestri) i politici monetari statunitensi siano preoccupati da un’accelerazione dell’inflazione, salita a maggio al 2,1%, top in due anni. Se poi il tasso di disoccupazione dovesse scendere sotto il 6% (come previsto) mantenere tassi a 0 (tipici di una fase di trappola della liquidità) avrebbe poco senso. L’accelerazione dello scenario “supertapering” non si riflette però sul mercato dei cambi con l’euro sopra quota 1,36 dollari. Il rialzo dei tassi non piace alle Borse (che con i tassi a 0 hanno messo a segno i massimi storici). Non a caso i listini europei hanno chiuso in rosso, trascinati dalla debolezza di Wall Street. A Piazza Affari (-0,39%) ha però brillato Mediaset (+2,11%) in scia a un accordo con Sky per la spartizione dei diritti della Serie A.
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