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I bond ad alto rischio al record: da gennaio collocati 74 miliardi

Junk bond, mon amour. È una passione travolgente, ma senza dubbio animata da mere ragione di arido interesse, quella che ormai lega le aziende europee al mercato dei bond high-yield, più prosaicamente definiti in italiano “bond spazzatura”. Secondo i dati di Dealogic, dall’inizio dell’anno ad oggi le aziende del Vecchio Continente hanno già emesso obbligazioni sotto il grado di investimento per 74,5 miliardi di dollari, 300 milioni di dollari in più dell’ammontare record di un anno fa.
L’ultima a testare le acque di questo mercato è stata la Findus con due emissioni, una da 305 milioni di euro e la seconda da 150 milioni di sterline, ma basta rileggere la cronaca delle ultime settimane per trovare anche nomi di aziende come la tedesca Continental o la stessa Salini. Il trend è ovviamente figlio della crisi finanziaria che ha attanagliato l’Europa nel corso degli ultimi anni costringendo le imprese a cercare nuovi strumenti di finanziamento a fronte della progressiva chiusura dei rubinetti da parte delle banche. Uno strumento largamente ignorato in passato (nel 2008, nel pieno delle tempesta finanziaria, le emissioni high yield in Europa totalizzarono la miseria di 1,1 miliardi) ora invece il junk bond è diventato un’opzione di prima scelta per un gran numero di emittenti.
Le ragioni sono molte: nel corso degli ultimi cinque anni, moltissime aziende, loro malgrado, si sono viste abbassare il giudizio a livello junk dalle agenzie di rating ma questo fenomeno è stato compensato dalla creazione di una enorme massa di liquidità sul mercato dei capitali grazie alle politiche monetarie ultra-accomodanti varate dalla Fed e dalla stessa Bce.
Soprattutto negli Usa, dove il mercato junk bond è affermatissimo da anni, la forte presenza di liquidità ha permesso alle aziende di raccogliere fondi a bassissimo costo e a questo banchetto non hanno mancato di sedersi anche le imprese europee che ormai contano per il 50% dei collocamenti high-yield stranieri negli Usa. Grazie a una domanda immensa alla ricerca di rendimenti accettabili, gli yield sui junk bond sono scesi in maggio, secondo i dati di Barclays, sino alla soglia record del 5% per poi risalire in queste settimane verso il 6,50%. Resta ovviamente da vedere ora cosa succederà nei prossimi mesi quando partirà il tapering off della Fed, cioè la graduale riduzione degli acquisti di Treasury che attualmente procedono al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese.
La riduzione della liquidità presente sul mercato potrebbe far salire sensibilmente i rendimenti dei junk bond e indurre gli operatori a essere maggiormente selettivi nei loro investimenti ma dalla loro parte le aziende europee possono vantare un bassissimo livello di default e dunque offrire ampie garanzie ai potenziali acquirenti dei titoli. Gli esperti ritengono che una conseguenza più probabile, almeno nel breve termine, potrebbe essere uno spostamento dell’interesse sulle scadenze più brevi, fino a 5 anni, a scapito di quelle di maggiore durata, tradizionalmente a 7 e 10 anni.
Resterà poi da vedere nel corso dei prossimi anni se il passaggio a un finanziamento basato in misura maggiore sul mercato obbligazionario e meno sul prestito diretto delle banche, sarà divenuto permanente o se invece, placata la tempesta e tornato il sereno, le imprese torneranno al passato privilegiando il rapporto diretto con gli istituti rispetto al richiamo del mercato obbligazionario.

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