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I big si stringono la mano

Lo scorso mese di luglio ha debuttato Fideuram Intesa San Paolo Private banking, polo unico che raggruppa una serie di società che prima operavano in modo indipendente. Una fusione che ha messo il gruppo al primo posto in Italia, sorpassando Unicredit: dall’integrazione ha preso corpo un polo con masse in gestione di quasi 190 miliardi di euro, che ne fanno il quarto player in Europa.
Una riorganizzazione che ha visto la confluenza di due grandi strutture, profondamente diverse tra loro: quella dei promotori finanziari (Fideuram) e quella del private banking. E i dati relativi ai primi nove mesi del 2015, presentati nei giorni scorsi dal gruppo hanno evidenziato il buon momento della divisione private, che ha chiuso il periodo da gennaio a settembre con utili netti in crescita del 36,1%, masse amministrate a 184,2 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto a dicembre dello scorso anno. La gestione dei grandi portafogli, insomma, gode di buona salute anche se il contesto si presenta complicato. Non sarà semplice fare grandi profitti nei mesi a venire, a fronte di tassi di interesse destinati a restare particolarmente bassi, agli investimenti necessari per cavalcare un certo tipo di innovazione, in primis tecnologica e allo sforzo di adeguamento alle direttive europee (Mifid2). Senza dimenticare la necessità di rimodellare la struttura professionale dato che si rendono sempre più necessarie competenze che vanno al di là del puro ambito finanziario.
Ora la priorità è sulla crescita per linee interne, anche se la visione resta internazionale: nei primi giorni di dicembre aprirà una sede a Londra, negli uffici di Queen Street, già nel portfolio del gruppo dai tempi della Banca Commerciale italiana. L’ad di Fideuram- Intesa Sanpaolo Private Banking è Paolo Molesini mentre Saverio Perissinotto ricopre la carica di direttore generale di Intesa Sanpaolo Private Banking. E quest’ultimo ha di recente ribadito che, al netto delle incognite macro, «è difficile generare rendimento attraverso un approccio conservativo come quello che in genere contraddistingue i clienti private. Circa la metà dei titoli obbligazionari dell’area euro offre rendimenti inferiori allo 0,5% annuo». E dato che in questo scenario non è facile ripararsi dai picchi di volatilità, ha fatto sapere che in questa fase potrebbe essere interessante «puntare con maggiore decisione sulle strategie alternative, dato che l’approccio non è legato a uno specifico parametro di riferimento». Si è detto positivo, poi, sull’azionario euro mentre resta prudente sulle prospettive delle commodity. Anche Unicredit ha fatto sapere di avere l’intenzione di potenziare il private banking e far crescere il nuovo segmento di wealth management. La sua ipotesi di riorganizzazione, però, è diversa rispetto a quella di Intesa San Paolo. Se la prima fa confluire il nuovo segmento nella Cordusio Sim, che diventerà il nuovo hub dedicato a tutti i servizi di consulenza e gestione degli investimenti, anche attraverso le società estere del gruppo, la seconda accorpa sotto l’ombrello della banca il nuovo polo.
Il segmento wealth ha come target la clientela con un patrimonio superiore ai 5 milioni di euro. Unicredit ha previsto l’ingresso di 200 private banker nella propria rete per superare i 100 miliardi di patrimonio gestito al 2018, mentre l’amministratore delegato Federico Ghizzoni ha chiamato Paolo Langè, fondatore e azionista di Banca Leonardo, al timone di questa nuova divisione wealth management. C’è poi chi sta puntando forte sui prodotti assicurativi sul fronte della clientela dei grandi paperoni, grazie anche al lancio dei nuovi prodotti multiramo e a servizi tailor-made. Come Banca Leonardo che ha toccato una raccolta, a fine giugno, pari a 8 miliardi di euro nel wealth management, di cui 6,3 miliardi in Italia e 1,7 miliardi in Francia. «Crediamo molto nel private insurance, attività in cui siamo entrati quasi due anni fa e dove offriamo l’accesso a una piattaforma multibrand, grazie ad accordi con broker di primario livello», spiega Gianluca Attimis, responsabile dell’area wealth management dell’istituto, che ritiene che il private insurance diventerà, a fine 2016, un’importante voce del business della banca. «Questo approccio indipendente e privo di conflitti di interesse, ci consente di mettere a disposizione della clientela un’offerta completa sia nel ramo I sia nel ramo III». In particolare, le polizze del ramo I sono i classici contratti vita che danno un rendimento minimo garantito che è acquisito anno dopo anno e sono caratterizzati da una gestione separata, che spetta alle compagnie assicurative, mentre le polizze di ramo III sono le cosiddette unit-linked, cioè fondi d’investimento e altri prodotti finanziari vestiti da prodotti assicurativi, collegati all’andamento di una gestione personalizzata. «La novità che sta riscontrando un grande successo sono i prodotti multiramo, che permettono al cliente di passare dal ramo I al ramo III e viceversa, unendo i benefici di entrambe le formule». Intanto, nel settore del private, si stanno muovendo altri player. Julius Baer ha appena annunciato l’intenzione di crescere ancora nel capitale di Kairos con l’obiettivo di quotare in seguito la società a Piazza Affari. Il colosso svizzero del risparmio gestito e del private banking, infatti, è in trattative con la società fondata da Paolo Basilico, di cui è azionista con il 19,9%, per aumentare la propria partecipazione e avere la maggioranza con “l’obiettivo di quotare, nel futuro, una adeguata minoranza alla borsa di Milano”. E anche oltreoceano si assiste a progetti di fusione tra investment e wealth management, fatto abbastanza diffuso tra le merchant bank straniere. È il caso del colosso americano Morgan Stanley, appena premiata da Euromoney come migliore banca d’investimento del 2015. La banca ha reinventato il suo modello di business, facendo leva soprattutto sul wealth management negli Usa, dove ha una posizione dominante. Oggi il business investment e wealth management è stato unificato. Più in generale, comunque, non c’è operatore del settore che non stia mettendo mano alla struttura interna. Hanno dato il via le grandi banche d’affari estere, da JP Morgan a Ubs e Crédit Suisse. Hanno deciso di riposizionare la loro attenzione sul private banking, il segmento più profittevole. E ora, anche in scia alle evoluzioni normative gli americani, a cominciare da JP Morgan, stanno scalando le classifiche del mercato del private, dove un tempo dominavano le banche svizzere. Intanto in Occidente si affacciano nuovi competitor come Dbs, gigante del private banking di Singapore.

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