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I big del commercio in fuga dalle tasse

Uno scandalo si aggira per la Gran Bretagna e ora sembra sul punto di esplodere. E’ lo scandalo delle grandi corporation straniere che non pagano le tasse. Non perché le evadano. Semplicemente perché sfruttano al meglio le scappatoie legali per non pagare niente o per pagare pochissimo rispetto alle gigantesche entrate che ricavano dalle loro attività nel Regno Unito. Le denunce contro alcune delle aziende più famose del mondo si ripetono puntualmente da qualche tempo e ieri un’indagine del Guardian le ha messe tutte insieme tirando le somme. Il risultato è impressionante: Google, Facebook, Amazon e Starbucks, quattro delle «top» imprese Usa, hanno pagato complessivamente soltanto 30 milioni di sterline (36 milioni di euro) negli ultimi quattro anni pur avendo generato nello stesso periodo un fatturato totale di 3 miliardi e 100 milioni di sterline (3 miliardi e 800 milioni di euro).
Nello specifico, la Starbucks, proprietaria di 735 caffetterie in Inghilterra, ha avuto 397 milioni di sterline di entrate nell’ultimo anno fiscale su cui tuttavia non ha pagato neanche un penny: zero tasse. E zero tasse ha pagato anche in ciascuno dei due anni precedenti. Come è
possibile? E’ possibile perché l’azienda che ha reinventato il caffè, il cappuccino e il latte macchiato, americanizzandoli e globalizzandoli, sposta i profitti ottenuti in Gran Bretagna verso un altro paese dove la tassazione è più bassa oppure trova accorgimenti che fanno salire le sue spese, come quello di addebitarsi l’uso del brand Starbucks, pagando un premio per questo a un’altra sussidiaria dello stesso gruppo. In tal modo l’anno scorso ha registrato un passivo di 32 milioni di sterline per le sue operazioni nel Regno Unito e dunque non ha dovuto sborsare un soldo all’erario.
Così fan tutti, non solo le quattro «big» succitate: la McDonald’s, con un fatturato di 1 miliardo e 248 milioni di sterline in Gran Bretagna nel 2011, ha dichiarato 176 milioni di sterline di profitto e ha pagato solo 42 milioni di sterline di tasse, pari a un’aliquota del 3,4 per cento. «E’ un’ingiustizia nei confronti dello stato e delle aziende britanniche concorrenti che pagano le tasse», commenta Richard Murphy, direttore di Tax Research Uk, un gruppo per la difesa dei consumatori che si batte per un’equa ripartizione fiscale e per dare la caccia ai cosiddetti evasori legalizzati. Senonchè neppure le aziende britanniche sono senza peccato in questo ambito: nel febbraio scorso, per citare uno dei tanti casi del genere, il ministero del Tesoro ha condannato la Barclays a pagare 500 milioni di sterline di tasse arretrate, dopo la chiusura di due scappatoie fiscali che la banca aveva usato in passato». Il Guardianafferma che crescono le pressioni sul governo per cambiare la legislazione fiscale e impedire trucchi del genere. Replica la Google: «Diamo lavoro a più di mille persone in Gran Bretagna e rispettiamo la legge». Ma a Londra c’è sempre il timore che norme più severe spingano le aziende straniere a portare la loro base da un’altra parte. Tenersele qui, sostiene qualcuno, significa permettere loro di non pagare le tasse.

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