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I 50 marchi più appettibili all’estero

Da Arper a Venchi, ecco i candidati allo shopping dei fondi e degli investitori internazionali
C’è il marchio storico della cioccolateria piemontese Venchi. C’è un campione della sartoria maschile come Kiton. Un nome che ha fatto scuola nel design come Kartell. Una firma giovane, ma che cresce in fretta, come quella di Fabiana Filippi. In totale, ce ne sono 50: tutte medie aziende (con un fatturato tra i 30 e i 300 milioni di euro), tutte distribuite tra la moda, il food e l’arredamento; tutte rigorosamente made in Italy, tutte ad alto tasso di export, tutte con un marchio forte da spendere sul mercato. Quale sarà la prossima preda dei fondi e degli investitori esteri?
«Mi aspetto che nel giro di cinque anni il 30-40% di questi marchi finirà in mani straniere o di un fondo di investimento italiano» azzarda, ma con una certa cognizione di causa, Pierangelo Biga, managing partner di Icm Advisors: a produrre la lista delle “magnifiche 50” è stata la Icm Research, che fa capo allo stesso gruppo internazionale. I nomi sono tutti nella tabella.
La mappa è di quelle preziose. Dall’inizio della crisi a oggi, i marchi del made in Italy volati all’estero sono andati progressivamente aumentando. Le acquisizioni di Versace, Loro Piana o Valentino sono tra gli annunci che hanno avuto più risonanza nel campo della moda. Ma hanno fatto storia anche il passaggio in mano straniera di campioni dell’arredamento come Poltrona Frau, o di gemme del gusto come la pasticceria Cova o la cantina Casanova a Greve in Chianti. L’ultimo shopping, in ordine di tempo, lo hanno fatto i soliti cinesi, che il mese scorso si sono portati a casa l’olio Berio: e tutti noi a chiederci sui giornali chi sarà il prossimo. Forse, proprio in questa lista, c’è la risposta.
L’analisi – che è stata commissionata da Legalcommunity.it e che verrà presentata giovedì a Milano durante l’evento “Fashion Food Furniture – Save the Brand” – si basa sul calcolo del valore del portafoglio marchi di queste imprese, sul loro tasso di crescita medio e sulla loro redditività operativa. Alcune sono aziende emergenti con brand vitali, altre sono società mature che hanno saputo innovare. Qualcuno è già stato acquisito, come Acetum per mano di Clessidra. Qualcun altro, come Liu Jo, ha già addosso gli occhi dei fondi.
In prima fila si trovano i marchi della moda: «Nell’area uomo – sostiene Biga – ci sono le società più interessanti. Penso a marchi come Kiton, o come Corneliani. Ma anche a un brand giovane dell’abbigliamento femminile come Fabiana Filippi, uno dei migliori in termini di performance economiche fra quelli analizzati». Nel settore alimentare, invece, i più appetibili sono i marchi del segmento lusso-gourmet: società non grandi, ma che si muovono bene sullo scenario internazionale, magari perché hanno saputo conquistarsi gli scaffali di Harrods o dei magazzini Lafayette. Il pensiero va ad aziende come Venchi, o Caffè?Vergnano. «Quanto al settore dell’arredamento – aggiunge Biga – che ha accusato di più la crisi, davanti agli investitori avrà un vantaggio chi è più technology-driven». Sul modello di Kartell, Flos, Minotti.
Tra le “magnifiche 50” sono rappresentate tanto le società per azioni, quanto le aziende cosiddette di famiglia. Chi ha le chance maggiori di attirare i capitali internazionali? «Al momento – spiega Biga – la mia società sta gestendo diversi progetti che riguardano le aziende di famiglia, e questo significa che, nonostante risultino più deboli nei processi di internazionalizzazione, sanno essere comunque appetibili. A patto però che non siano alle prese con problemi di passaggio generazionale».
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