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Hsbc e Ubs avviano il trasloco dalla City

La conferma più recente porta la firma di Stuart Gulliver, ceo di Hsbc, che a Davos ha ribadito i numeri diffusi in passato sulle conseguenze dirette di uno strappo euro-britannico come quello tracciato da Theresa May due giorni fa a Lancaster House. Un quinto dei ricavi del trading generato nel Regno Unito da Hong Kong and Shangai Bank sarà trasferito a Parigi nel giro dei prossimi due anni e nella capitale francese probabilmente finiranno i mille dipendenti che la banca, britannica di diritto ma asiatica di fatto, ha già annunciato porterà fuori da Londra. Impatto analogo sullo staff londinese – un migliaio di dipendenti – quello annunciato ieri da Axel Weber, presidente di UBS. Se anche le previsioni espresse nei mesi scorsi dagli altri big players saranno riaffermate, Jp Morgan muoverà 4mila dei suoi 19mila dipendenti fuori dal Regno Unito, ritmo che seguiranno tutte le grandi banche d’affari, con Goldman Sachs che guarderebbe a Francoforte, dove secondo il quotidiano Handelsblatt si preparerebbe a trasferire a sua volta mille membri dello staff. Alcune banche – russe e giapponesi – sono già in movimento, avanguardia di uno smottamento che un rapporto di PwC indica in 100mila posti di lavoro diretti in rapida uscita. Numeri assoluti da prendere con il beneficio del dubbio perché dal 23 giugno ad oggi si sono susseguite stime di ogni tipo, alternando scenari catastrofici a prospettive di morbida convivenza sui due lati della Manica.
Ora che Theresa May ha sciolto ogni riserva sulla sua Brexit, schierandosi sulle posizioni estreme dei falchi del partito, le ipotesi più cupe prendono, legittimamente, il sopravvento e lo smottamento del business finanziario fuori dal Miglio Quadrato appare molto significativo ancorché tuttora imprevedibile. La cancellazione del passaporto europeo implicita con l’uscita dal mercato interno potrebbe essere, teoricamente e solo in qualche misura, aggirata da accordi ad hoc euro-britannici, quelli che Londra ha già chiesto all’Ue. Sul tema Michel Barnier, negoziatore Ue, non sembra affatto disponibile come ampiamente previsto e prevedibile anche se Downing Street ci proverà in tutti i modi. Un possibile piano B punterebbe a rafforzare gli accordi di equivalenza che consentono ai gruppi regolati fuori dall’Ue di operare nell’Unione. Una reciprocità che non tutela i servizi finanziari nella loro interezza, esposta, oltretutto, alle correzioni che i Ventisette potranno introdurre, costringendo Londra al costante adeguamento. Anche per questo City Uk, il lobby group che sperava nel mantenimento del passaporto con la Ue, non crede che l’equivalenza così come esiste oggi possa essere la soluzione. «Ci vogliono – precisano – intese nuove ritagliate sulla realtà emergente». Un’equivalenza rafforzata ? Probabile, ma potrebbe non bastare. La partita è complessa e per questo ha bisogno di tempi lunghi di transizione. Theresa May pensava ai servizi finanziari quando immaginava il passaggio al nuovo regime con il calendario a velocità alternata per gestire le esigenze di tutte le parti.
Secondo alcuni top executive della City – a partire da Xavier Rolet ceo di London stock exchange – saranno necessari almeno tre anni di passaggio, soprattutto per il gigantesco business del clearing dei derivati (655 mila miliardi di dollari globali ) dominato da Londra e da Lch del gruppo Lse in particolare. I derivati denominati in euro (150mila miliardi di dollari “lavorati” ogni anno nella City) potrebbero essere trasferiti nell’Eurozona contro la volontà britannica. È una querelle anglo-europea che, per volontà francese, si trascina da tempo, ma l’hard Brexit annunciata da Theresa May rende lo scenario più probabile.
Uno studio di Ernst&Young per conto di Lse fissa in 83mila i posti a rischio direttamente in caso di trasloco del clearing in euro, con un effetto domino che Xavier Rolet ha illustrato nei giorni scorsi ai Comuni capace di mettere in pericolo 232mila posizioni a vario livello e in diversi settori in tutto il Regno. Ipotesi, come detto, da prendere con il beneficio del dubbio nel caotico precipitare di numeri che la Brexit ha innescato, che portano, tuttavia, le firme di istituzioni credibili. Ipotesi infine che incrociano anche le conseguenze – e le ricadute – dell’avviata fusione fra Lse e Deutsche Borse .
L’affondo di Theresa May ha sgomberato il campo dall’equivoco maggiore – soft o hard Brexit – ma l’aver scelto la linea dura consente di restringere il campo delle ipotesi in gioco, non di definire, fin d’ora, quali saranno gli equilibri fra Londra e Bruxelles. Sarà la trattativa nei prossimi due anni a decidere il vero destino della City.

Leonardo Maisano

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