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Hollande, un potere per l’Europa

La maggioranza assoluta alla Camera, assicurata dal voto delle politiche di domenica, il controllo del Senato, il governo di 21 regioni su 22 (unica eccezione l’Alsazia), di 61 province su 101 e di 15 delle prime venti grandi città. I socialisti francesi non hanno mai avuto tanto potere. E il presidente François Hollande può disporre di una libertà d’azione che non ha avuto neppure il suo maestro politico François Mitterrand nel 1981.
Ne avrà bisogno. Per trattare da posizione di forza in Europa. Ma soprattutto per cercare di rimettere la Francia sulla strada della crescita e della competitività, per ridare al Paese fiducia e una prospettiva di sviluppo. E per riportare sotto controllo una spesa pubblica eccessiva.
In attesa che i partner del l’Unione europea decidano di darsi un po’ più di tempo per raggiungere l’obiettivo dello zero deficit, Parigi ha confermato che intende rispettare il programma di risanamento dei conti pubblici: 4,5% di deficit quest’anno e 3% l’anno prossimo.
Ma è un programma basato sull’ipotesi di una crescita rispettivamente dello 0,7% e del l’1,7 per cento. L’Insée, l’Istat francese, annuncerà martedì prossimo, il 26, la sua prima previsione per il 2012. Sarà probabilmente dello 0,3%, inferiore anche allo 0,5% del prudente programma elettorale di Hollande. In questo scenario, le stime del deficit tendenziale parlano del 5% a fine anno. Bisogna quindi trovare 10 miliardi (un punto di Pil vale circa 20 miliardi). A questo si provvederà con la revisione del budget prevista per il 4 luglio, fatta esclusivamente di aumento della tassazione (sulle imprese, con balzelli vari tra cui un prelievo del 3% sui dividendi, sui gruppi bancari ed energetici, sui patrimoni).
Quanto all’anno prossimo, la crescita dovrebbe essere dello 0,9% e il deficit tendenziale del 5,2 per cento. La legge di bilancio dell’autunno dovrà fare in modo di trovare oltre 40 miliardi supplementari per far tornare i conti. E l’operazione non sarà semplice.
Non sarà semplice coniugare promesse elettorali e la necessaria virtù nella gestione della spesa e dell’economia del Paese. I sindacati premono per un consistente aumento del salario minimo, che invece sarà poco più che simbolico. E questo creerà inevitabili tensioni. I dipendenti pubblici, le cui retribuzioni sono congelate da due anni, aspettano un segnale. Che li deluderà. Bisognerà tagliare il personale, per far posto a 12mila addetti in più nella scuola (e mille nella sicurezza) a parità di massa salariale. Si dovrà decidere chi pagherà la fine dell’esenzione contributiva sulle ore di straordinario.
E si dovranno prendere decisioni impopolari sulla base dell’audit che la Corte dei conti fornirà all’inizio di luglio (previsto per fine giugno è slittato di qualche giorno per non indebolire Hollande alla vigilia del vertice di Bruxelles). Un rapporto chiesto dal presidente. Forse proprio per avere un documento indipendente che giustifichi scelte dolorose, una sorta di alibi.
Al di là dei budget, dei deficit, delle uscite e delle entrate, bisognerà però mettere mano anche ai mali di cui la Francia soffre da tempo, diventati ormai strutturali. In particolare al declino della sua industria, alla sua drammatica perdita di competitività. La quota di addetti nel manifatturiero rispetto alla manodopera totale è di poco superiore al 10%, l’ordine di grandezza della Spagna. Mentre è al 20% in Italia e al 21% in Germania. Le aziende esportatrici sono 95mila, a fronte delle oltre 200mila in Italia e Germania. Non è certo un caso se la percentuale del valore aggiunto industriale crolla e la bilancia commerciale è sempre è più in rosso.
C’è un problema di qualità. Ma c’è soprattutto un problema di costi. Dieci anni fa il costo del lavoro francese era inferiore del 20% a quello tedesco, ora è superiore di un paio di punti. D’altronde dieci anni fa da una parte del Reno si facevano gli accordi di competitività con relativo blocco degli stipendi e dall’altra le 35 ore a parità di salario.
Per ridare slancio, rapidamente, alle imprese francesi, serve una colossale trasferimento di risorse dai costi aziendali a quelli dell’intera comunità nazionale, probabilmente dai costi assistenziali a quelli del welfare collettivo (la Csg, contribuzione sociale generalizzata). Un intervento il cui ordine di grandezza, per avere un impatto significativo, sarebbe di 40-50 miliardi, secondo alcuni economisti.
Non è detto che Hollande decida di farlo e non è detto che ci riesca. Ma i risultati elettorali hanno il pregio di aver stabilito che d’ora in poi la responsabilità di eventuali decisioni sbagliate, o di scelte non fatte, sarà solo sua. Onori e oneri.

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