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Hollande prepara gli sgravi alle imprese

Sindacalisti e dipendenti della fabbrica Goodyear di Amiens Nord hanno sequestrato ieri mattina due dirigenti dello stabilimento, bloccando con un gigantesco pneumatico la porta della sala riunioni. L’impianto ha cessato da tempo la produzione, i 1.200 dipendenti stanno per ricevere la lettera di licenziamento e per ora sul tavolo c’è solo l’offerta del gruppo americano Titan, interessato a rilevare l’attività macchine agricole e 300 addetti.
Si tratta dell’ennesimo episodio rivelatore della profonda crisi industriale in cui si trova la Francia e del clima di forte tensione sociale che si sta diffondendo nel Paese. Proprio nel giorno in cui Markit ha comunicato la rilevazione finale del suo indice Pmi sull’attività del settore manifatturiero in dicembre: con il 47,3 (in calo rispetto al 48 di novembre) la Francia registra la ventiduesima flessione consecutiva ed è al livello più basso da sette mesi, in controtendenza rispetto al dato medio dell’eurozona (52,1), della Germania (55) ma anche dell’Italia (50).
Mentre dal mercato del lavoro continuano ad arrivare notizie preoccupanti: se infatti è vero, come sostiene il Governo, che la disoccupazione giovanile sembra essersi quantomeno stabilizzata (ma grazie alle centinaia di migliaia di assunzioni sovvenzionate), quella dei senior e quella di lungo periodo continuano a crescere.
Non stupisce quindi che il presidente François Hollande abbia dedicato la parte centrale del suo messaggio di fine anno ai francesi, e di quello d’inizio anno al Governo, all’offerta di un «patto di responsabilità» alle imprese. «Fondato – ha detto Hollande nel suo intervento televisivo del 31 dicembre – su un principio semplice: meno tasse sul lavoro e meno vincoli sulla produzione in cambio di più occupazione e più dialogo sociale».
«L’occupazione – ha insisto il presidente tre giorni più tardi – è l’investimento, è la competitività, è l’attrattività internazionale, è la semplificazione».
Alcuni, soprattutto a destra ma anche nell’ala di sinistra del Partito socialista, hanno letto in queste parole un cambio di rotta da parte di Hollande, una presa di posizione nettamente riformista, quasi liberale, tutta orientata verso una politica dell’offerta.
In realtà non è proprio così. Già lo scorso 15 settembre Hollande si era già presentato come «il presidente delle imprese». Mentre pochi giorni prima il titolare dell’Economia, Pierre Moscovici, si era definito «il ministro delle imprese». E se davvero bisogna andare a cercare la data di una presunta svolta, bisogna risalire a un anno fa, al varo del Cice (credito d’imposta competitività e occupazione): 20 miliardi a regime di riduzione del costo del lavoro per le imprese.
Da sottolineare è però l’insistenza con cui Hollande – che un anno fa aveva già parlato di «socialismo dell’offerta» – torna su questi temi, la solennità con cui assume alcuni impegni (pur senza dettagliarli) e l’accelerazione che sembra voler dare a un processo in qualche modo già avviato ma che stenta a dare frutti perché troppo diluito nel tempo.
Il Medef, la Confindustria francese, ha ribadito di essere pronta e ha rilanciato la sua proposta: un milione di posti in cinque anni in cambio di un taglio di 100 miliardi, 50 di tasse sulle società e 50 di costo del lavoro. Il Cice va bene, ma servono altri interventi, mirati e strutturali. Nel mirino ci sono i generosi contributi “familiari”, che consentono alla Francia di conservare invidiabili record di natalità ma costano alle imprese – che finanziano il 65% del fondo – circa 35 miliardi all’anno.
L’ipotesi, che sarà sul tavolo dell’imminente negoziato fiscale, è di trasferire gran parte di questo prelievo alla fiscalità generale. Poiché le tasse non si possono più alzare, bisogna però trovare le risorse in una diminuzione della spesa pubblica ben più consistente di quella annunciata. È questa la principale sfida, già lanciata a parole, che aspetta nel 2014 Hollande e il suo Governo.

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