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Holding salva-banche da 1,5 miliardi

Una holding per il salvataggio, il rilancio e la successiva cessione sul mercato nell’arco di 2-3 anni di Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Marche e Banca Popolare dell’Etruria, le tre crisi bancarie che per gravità e dimensioni preoccupano di più il settore italiano del credito e le Autorità che lo vigilano. A metterci le risorse necessarie, attualmente stimate in un miliardo e mezzo, saranno le altre banche italiane, ma se – come probabile – si renderà necessario per far quadrare il cerchio, anche i titolari di obbligazioni subordinate potrebbero essere coinvolti nell’operazione, vedendosi convertiti i bond in partecipazioni azionarie; in questo caso, i titoli in circolazione che potrebbero essere coinvolti ammontano a circa 700 milioni.
Il piano, secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore, sta prendendo forma e potrebbe vedere la luce entro settembre. Quelle attuali sono dunque settimane di lavoro intenso nonostante il periodo estivo: dal primo gennaio 2016, infatti, a livello europeo diventerà operativo il nuovo meccanismo del bail-in (il salvataggio forzoso delle banche a opera di azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre i 100mila euro), e l’intenzione di tutti è quella di risolvere tutto prima, definendo il piano, individuando gli aumenti di capitale necessari e convocando le assemblee. Lo auspicano in particolare Banca d’Italia, il Mef e il Fondo interbancario di tutela dei depositi, ma anche le stesse banche, conscie che l’alternativa è comunque peggiore. Un eventuale bail-in, soprattutto per istituti di dimensioni non piccole, costerebbe caro in termini di reputazione per tutto il sistema ma anche di coperture, visto che i depositi sotto i 100mila euro vanno comunque garantiti dai fondi appositi, sempre finanziati dalle banche sane.
Il piano di risanamento
In buona sostanza, il piano che vede in cabina di regia il Fondo interbancario per la tutela dei depositi, presieduto da Salvatore Maccarone, prevede la creazione di un veicolo ad hoc, il cui capitale complessivo sarà pari a 1,5 miliardi circa. Finanziato interamente dalle banche italiane del sistema – che verseranno il capitale in maniera proporzionale alla quota di mercato posseduta -, il veicolo ricapitalizzerà le tre banche in dissesto, riportandole in bonis. Di fatto le banche italiane sane diventeranno così socie delle banche in crisi. La scommessa è che, a fronte di un esborso cash immediato, una volta risanate e rilanciate da nuovi vertici, con Cda eletti da nuove assemblee, le tre banche vengano riportate sul mercato e vendute, permettendo così agli istituti di registrare, se non una plusvalenza, quanto meno una riduzione della perdita.
Per rimanere nei limiti della normativa sugli aiuti di Stato, ed evitare possibili contenziosi con la Commissione europea, si dovrà tuttavia ricorrere al meccanismo del “burden sharing”, che prevede la conversione dei bond subordinati in azioni delle singole banche in difficoltà. Si tratta, nel complesso, di circa 700 milioni di bond subordinati, prevalentemente detenuti dai clienti retail degli istituti, che loro malgrado si ritroveranno azionisti delle banche sotto commissariamento. In totale, quindi, il valore dell’intero piano di risanamento potrebbe aggirarsi sui 2,2 miliardi di euro.
I tre dossier
Entrando più nel dettaglio, il piano vede coinvolti tre diversi dossier, che attualmente si trovano a un diverso stadio di maturazione. Il 30 luglio l’assemblea dei soci di Carife ha infatti approvato l’aumento da 300 milioni riservato al Fitd. A sottoscriverlo, a questo punto, dovrebbe essere proprio la società-veicolo, la stessa che potrebbe occuparsi anche del salvataggio di Banca Marche. In questo caso, però, il conto sarà decisamente più salato: il fabbisogno è stimato intorno al miliardo, ma la cifra sarà determinata solo al termine della nuova due diligence richiesta dal Fitd ed effettuata da Kpmg in queste settimane. A quel punto sarà più chiaro il “peso” del coinvolgimento dei bond-holder, e in particolare i titolari dei prestiti subordinati per 400 milioni attualmente in circolazione: buona parte, secondo quanto risulta, è in mano alla clientela retail (il resto a banche e altri istituzionali). Nel caso dell’istituto con sede a Jesi, i due mesi di commissariamento scadranno a fine ottobre: prima di allora andrà definita la soluzione e convocata l’assemblea dei soci, in modo da anticipare il rischio bail-in.
Lo stesso discorso vale perPop. Etruria. In questo caso il commissariamento è scattato solo nel febbraio scorso e sulla carta potrebbe proseguire fino a febbraio 2017, ma – novità di questi giorni – l’amministrazione straordinaria non metterebbe al riparo la banca dal bail in qualora (come altamente probabile) si presentasse a inizio 2016 con un patrimonio netto sotto zero. Di qui, la necessità di far rientrare anche il dossier nel piano già in costruzione per Marche e Ferrara. In questo caso ci sarebbe da fare ancora più in fretta, visto che l’iter è ancora più indietro: in quattro mesi ci sarà da chiudere la due diligence, definire l’aumento e anche qui l’eventuale coinvolgimento dei titolari di prestiti subordinati, il cui ammontare è stimato intorno ai 150 milioni.
L’incognita normativa
Variabile determinante per il buon esito dell’operazione è quella normativa. Per poter avviare il piano è necessaria l’entrata in vigore del decreto legislativo che consegue al recepimento della direttiva Brrd, avvenuto il 2 luglio con l’approvazione della legge di delegazione europea 2014. Il testo del provvedimento, redatto dal Mef, è stato posto in consultazione nelle scorse settimane (il termine per presentare le osservazioni scadeva il 12 agosto), ma si attende il varo definito entro fine settembre. Tra i 106 articoli del testo, il nuovo riparto delle competenze sulle crisi bancarie tra Bce, Via Nazionale, e Mef, il ruolo dei fondi di tutela, la possibilità di utilizzo dei titoli subordinati anche al di fuori di bail-in. Tutti tasselli fondamentali per la realizzazione del piano.

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