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Holding Ligresti al verdetto sul fallimento

Il piano di salvataggio di Imco e Sinergia non c’è ancora. E soprattutto non ci sono gli investitori che attraverso il fondo Hines dovrebbero sostenere la parte più onerosa del progetto. Il senso del messaggio è chiaro. Serve altro tempo, almeno due settimane. È la richiesta che, a nome delle due holding della famiglia Ligresti, l’avvocato Giuseppe Lombardi ha ripetuto per due volte ieri davanti ai giudici delegati Roberto Fontana e Filippo D’Aquino nelle stanze del tribunale fallimentare di Milano. Ora il destino di Imco e Sinergia è appeso a un filo. E toccherà al presidente della seconda sezione del tribunale Filippo La Manna e ai due giudici delegati Fontana e D’Aquino sbrogliare la matassa. La camera di consiglio collegiale, riunita subito dopo la fine delle udienze, è stata aggiornata a questa mattina. Dalla seduta uscirà una delle due decisioni: rinvio, per consentire di completare il piano, oppure il fallimento.
Il collegio dovrà tenere conto dell’opposizione del sostituto procuratore Luigi Orsi a concedere una nuova proroga ai liquidatori di Imco e Sinergia, dopo quella di 40 giorni già accordata dal tribunale il 2 maggio. Di fronte ai 12 rappresentanti delle società e del fondo Hines intervenuti alle udienze, Orsi ha fatto mettere a verbale tre grandi dubbi che motivano la sua opposizione. Il primo è anche l’interrogativo più importante: gli investitori che attraverso il fondo Hines dovrebbero sostenere la parte più onerosa del piano di salvataggio esistono? Orsi ha rilevato che la situazione è praticamente immutata rispetto all’inizio di maggio e che non è stata presentata alcuna documentazione che provi l’impegno finanziario degli investitori. Così come manca – ed è il secondo punto sollevato dalla procura – qualsiasi documento firmato dalle banche.
Il numero uno di Hines, Manfredi Catella, durante la presentazione di un progetto immobiliare del fondo, ha spiegato che «i 15 giorni servono per presentare tutta la documentazione, ormai completata, agli investitori in modo da consentire loro di fare le valutazioni. Sono i tempi del mercato». E ha aggiunto che il conferimento a Hines degli immobili di Imco e Sinergia «non è un’operazione con parti correlate perché la quota di Fonsai è del 18% di Hines Sgr e, quindi, sotto il 20%». Parole che coincidono con quanto affermato nelle due udienze, dove però si è parlato di documentazione da sottoporre agli investitori per la loro «eventuale» adesione al piano.
Un altro dei rilievi critici sollevati dalla procura riguarda i rapporti con le parti correlate, giudicati quanto meno opachi, e cioè il fiume di denaro che negli anni è passato dalle società quotate dell’ex impero alle due holding di famiglia. E che è stato tra l’altro depauperato dato che la sola Imco ha chiuso il 2011 con perdite “monstre” per 227 milioni e un capitale netto negativo per ben 81 milioni.
Quei rapporti funzionavano così. FonSai o la Milano cedevano terreni edificabili alle Imco e Sinergia o altre controllate della famiglia. I Ligresti edificavano e avrebbero rivenduti gli immobili alle stesse società a prezzi prestabiliti. Quei prezzi, come ha denunciato il fondo Amber, spesso erano soggetti a incrementi per modifiche in corso d’opera. E così la famiglia con una mano comprava, con l’altra rivendeva allo stesso soggetto. Le quotate del gruppo. Chi guadagnava? Probabile fossero solo i Ligresti. La FonSai a livello consolidato ha visto nel 2008-2010 pagare oneri per 413 milioni a favore delle società riconducibili alla famiglia, incassando proventi per soli 178 milioni con un saldo netto a sfavore di FonSai per 235 milioni. E c’è la Milano che ha versato alle società dei Ligresti 140 milioni di acconti per la costruzione di due iniziative (a Milano in via Confalonieri e a Roma in via Fiorentini) che varrebbero 210 milioni e che non sono ultimate. Un problema in più per Imco e Sinergia che non hanno quattrini da restituire. E guarda caso proprio ieri i Ligresti hanno trovato un accordo con il Cda della Milano «che ha deciso in totale autonomia» precisa un comunicato tale che gli immobili non ultimati rimangono in capo alla Milano e la famiglia non restituisce gli acconti milionari. Una partita definita assai opaca dalla procura e sulla quale Orsi vuole ancora fare chiarezza.

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