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Holding, fuori dal campo Iva la gestione delle partecipazioni

I dividendi e i ricavi derivanti, rispettivamente, dal possesso e dalla cessione di partecipazioni, sono proventi estranei alla sfera di applicazione dell’Iva, in quanto le sottostanti operazioni non costituiscono un’attività economica agli effetti dell’imposta. La conclusione è diversa se queste operazioni sono effettuate nel quadro di un’attività di commercializzazione di titoli, oppure se ad esse si accompagna l’esecuzione, nei confronti delle società partecipate, di prestazioni di servizi verso corrispettivo imponibili a Iva, quali ad esempio servizi amministrativi, contabili, informatici ecc.: in queste ipotesi, sussiste un’attività economica che conferisce la soggettività passiva al tributo e, correlativamente, il diritto alla detrazione sugli acquisti. L’imposta detraibile dovrà essere determinata tenendo presente, in primo luogo, l’eventuale coesistenza di attività economiche e non, nonché l’eventuale effettuazione di operazioni imponibili e/o esenti. Questi, in estrema sintesi, i principi statuiti dalla giurisprudenza comunitaria in merito al regime Iva delle holding, di cui si occupa specificamente l’ordinamento interno nell’ambito dell’art. 4 del dpr 633/72.

Il quinto comma dell’art. 4, in deroga anche alla presunzione assoluta di commercialità delle operazioni poste in essere dalle società e dagli enti commerciali sancita (indebitamente) dal precedente secondo comma, stabilisce che non si considera attività commerciale « b) il possesso, non strumentale né accessorio ad altre attività esercitate, di partecipazioni o quote sociali, di obbligazioni o titoli similari, costituenti immobilizzazioni, al fine di percepire dividendi, interessi o altri frutti, senza strutture dirette ad esercitare attività finanziaria, ovvero attività di indirizzo, di coordinamento o altri interventi nella gestione delle società partecipate».

La disposizione, come spiega la circolare ministeriale n. 328/1997, è stata introdotta dal dlgs n. 313/1997 al fine di recepire la sentenza 20 giugno 1991, C-60/90, con la quale la Corte di giustizia Ue ha escluso la rilevanza ai fini dell’Iva dell’attività svolta al solo fine di costituire un centro di imputazione di utili, dividendi, interessi e altri frutti provenienti da altre società collegate o controllate, senza svolgere alcuna attività operativa né di tipo gestionale, né di tipo finanziario. Una simile attività, infatti, non integra la nozione di attività economica al cui svolgimento si ricollega lo status di soggetto passivo dell’Iva, come definita dall’art. 9 della direttiva 2006/112/Ce (e in precedenza dall’art. 4 della sesta direttiva del 1977).

In base al predetto art. 9, par. 2, secondo comma, si considera attività economica anche lo sfruttamento di un bene materiale o immateriale per ricavarne introiti aventi carattere di stabilità. Al riguardo, la Corte ha precisato che la nozione di «sfruttamento» di un bene si riferisce a qualsiasi operazione, indipendentemente dalla sua forma giuridica, intesa a ricavare dal bene di cui trattasi introiti aventi carattere di stabilità. Pertanto, per esempio, anche la locazione di un immobile costituisce «sfruttamento» qualificabile come «attività economica», se effettuato per ricavarne introiti stabili; la stabilità degli introiti è una circostanza di fatto che deve essere accertata caso per caso, in relazione ai vari elementi della fattispecie concreta. A tal fine, la Corte ha chiarito che se il bene si presta a uno sfruttamento esclusivamente economico, ciò è sufficiente, di regola, per ritenere che viene utilizzato per esercitare attività economiche e, quindi, per realizzare introiti aventi carattere di stabilità. Se invece il bene, per sua natura, può essere usato anche per fini privati, occorre esaminare l’insieme delle circostanze del suo sfruttamento per stabilire se, nel caso concreto, sia utilizzato per ricavarne introiti aventi carattere di stabilità. Il raffronto fra le circostanze nelle quali l’interessato sfrutta effettivamente il bene e quelle in cui viene di solito esercitata l’attività economica corrispondente può costituire uno dei metodi che consentono di verificare se l’attività sia svolta per realizzare introiti stabili. Inoltre, la corte ammette che sebbene i criteri relativi ai risultati dell’attività non possano consentire, di per sé, di stabilire se sia esercitata allo scopo di realizzare introiti stabili, la durata effettiva dell’operazione, l’entità della clientela e l’importo degli introiti sono elementi che, facendo parte dell’insieme dei dati del caso specifico, possono essere presi in considerazione, assieme ad altri, all’atto di tale esame (es. sentenza 26/9/1996, C-230/94).

Quanto ai proventi derivanti da attività finanziarie, occorre distinguere da una parte, i dividendi e le plusvalenze, dall’altra, gli interessi. Poiché il presupposto dell’attività economica si ricollega allo «sfruttamento» di un bene, esso non sussiste quando gli introiti derivano dal semplice esercizio del diritto di proprietà da parte del titolare del bene. Deve pertanto escludersi, ad esempio, che il mero acquisto e la mera detenzione di quote sociali configurino un’attività economica ai fini Iva; la semplice partecipazione finanziaria presso altre imprese non costituisce sfruttamento di un bene volto a ricavarne introiti stabili, poiché l’eventuale dividendo, frutto di tale partecipazione, discende dalla mera proprietà del bene e non dal suo «sfruttamento». Inoltre, se tali attività non costituiscono di per sé un’attività economica, lo stesso vale per le attività consistenti nella cessione di tali partecipazioni.

Non è determinante, in tale contesto, il numero e l’entità delle operazioni: queste circostanze non possono fondare una distinzione fra le attività di un investitore privato, che si collocano al di fuori del campo di applicazione della direttiva, e quelle di un investitore le cui operazioni costituiscono un’attività economica, giacché ingenti vendite possono essere effettuate anche da investitori privati.

Diversamente dai dividendi, gli interessi percepiti a fronte della erogazione di prestiti, invece, non derivano dalla mera proprietà del denaro, ma dal suo sfruttamento mediante la concessione del prestito. Pertanto, ove tale sfruttamento sia effettuato per ricavare introiti stabili, deve ritenersi sussistente un’attività economica (sentenza 11/7/1996, C-306/94).

Franco Ricca

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