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Hillary lo incalza, Donald schiva i colpi Lui: con me al governo saresti in galera

Ha rischiato di essere travolto, ma alla fine Donald Trump esce ancora politicamente vivo da quello che probabilmente è stato il più brutto dibattito presidenziale della storia recente, che le tv americane hanno definito «cattivo».

Per i primi venti-trenta minuti il candidato repubblicano dà l’impressione di poter crollare da un momento all’altro. Rigido, la voce bassa, quasi fatica ad articolare le parole, continua a tirare su rumorosamente con il naso. Arrivano le domande, attese, con il tycoon che si lascia andare con battute pesantissime sulle donne. «Erano discorsi privati, in un ambiente chiuso. Mi sono scusato con tutti, con la mia famiglia. Io non sono così. Ma non dovremmo parlare di questo: abbiamo l’Isis da combattere e io voglio sconfiggerlo». Ma è una difesa contratta, imbarazzata. Hillary Clinton dilaga: «Questo video ha dimostrato ciò che Donald Trump è. Disprezza le donne. E non solo: ha insultato i musulmani, i messicani, un giornalista disabile. In passato ho rispettato i concorrenti repubblicani. Ma questa volta è diverso. Donald non può essere il presidente di questo Paese».

Sul confronto alla Washington University di St. Louis si alza come una nuvola tossica che avvolge tutto il resto. Il front-runner repubblicano prova ad alleggerire la pressione. Chiama in causa le donne che in passato hanno accusato Bill Clinton di molestie sessuali. Le ha invitate nell’aula della Washington University di St. Louis e prima ancora in un albergo della città, in un’improvvisata conferenza stampa. Tira in ballo le «trentamila e-mail» che Hillary Clinton, ai tempi in cui era Segretario di Stato, ha gestito da telefonini e computer personali. «Se divento presidente chiederò al ministro della Giustizia di aprire un’inchiesta nei tuoi confronti». E poi: «Tu dovresti essere in galera».

Hillary Clinton ha reagito con una calma studiata, evidentemente provata e riprovata. Ma si capisce che non è a suo agio in questa specie di lotta nel fango. Appare meno veloce, meno brillante del confronto del 9 ottobre.

La formula prevede una domanda dal pubblico e una dalla coppia dei due moderatori, Anderson Cooper della Cnn e Martha Raddatz della Abc. Arrivano i quesiti sulla sanità, sugli immigrati, sui rifugiati siriani. Ma i pensieri sono ancora inquinati. Si procede a sprazzi. Trump resta allergico al merito tecnico delle questioni. Preferisce demolire l’opera del governo Obama («un disastro totale») e, più volte, evoca anche Bernie Sanders: «Aveva ragione, Hillary non è in grado di capire le cose». Il costruttore newyorkese è più efficace quando parla di tasse, non le sue. Lui le vuole tagliare, mentre Hillary, dice, progetta di aumentarle. Un vecchio classico del repertorio repubblicano che potrebbe funzionare con l’elettorato di riferimento.

Finisce con una piccola goccia di miele: sollecitati da uno spettatore Hillary si produce in un elogio della famiglia di Trump: «Non condivido nulla di quello che dice e di come lo dice, però ammiro molto la sua famiglia, i suoi figli e questo significa qualcosa». Il tycoon ricambia così: «Hillary è una combattente, non si arrende mai. È una cosa che apprezzo». Si chiude con quella stretta di mano che era mancata all’inizio.

Giuseppe Sarcina

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