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Hillary Clinton è nella Storia. La prima donna per la presidenza

NEW YORK I numeri ci sono: 2.383 delegati giusti giusti. Hillary Clinton ha raggiunto la soglia necessaria per ottenere la nomination del partito democratico. E’ un risultato di enorme importanza. Dopo 240 anni di storia della democrazia americana, una donna correrà nella finale per la Casa Bianca: può diventare il 45° presidente degli Stati Uniti.

L’agenzia di stampa Associated press ha fatto i calcoli dopo la vittoria di Hillary nelle primarie di Porto Rico, vagliando le posizioni dei 571 super delegati, scelti dal partito, che si sono già pronunciati a favore dell’ex Segretario di Stato. In realtà, è comunque questione di ore: ieri si è votato in sei Stati, dalla California al New Jersey, e i primi risultati raccolti nella notte confermano la classifica. Clinton oltre i 2.383 delegati, mentre Bernie Sanders dovrebbe fermarsi intorno a quota 1.950.

Otto anni fa, chiuse le urne dell’ultimo Supermartedì, l’allora senatrice di New York, davanti ai suoi supporter in lacrime, accettò la sconfitta e dichiarò di appoggiare il sorprendente outsider, Barack Obama. Ora Hillary si aspetta che Bernie faccia la stessa cosa: prenda atto della scelta compiuta dagli elettori e, come ripete in ogni comizio «faccia un passo indietro per unificare il partito». Vedremo. Per ora i segnali che arrivano dal campo di Sanders non sono affatto concilianti. Il senatore del Vermont contesta duramente la designazione di Hillary a mezzo stampa. Le regole del partito, dice, sono altre: i 712 super delegati si dovranno esprimere nella Convention democratica di Filadelfia, dal 25 al 28 luglio. E fino all’ultimo possono cambiare idea.

Formalmente tutto vero, tutto corretto. Ma la sostanza è un’altra: la struttura, il gruppo dirigente del partito puntano su Hillary. Anche il presidente Obama sta per schierarsi e avrebbe già telefonato a Sanders per chiedergli di confluire. Se non altro per un motivo molto semplice. La prima donna «presidenziabile» è in testa anche nel consenso popolare: ha ottenuto 12,9 milioni di voti, contro i 9,9 dell’avversario. Il vantaggio potrebbe assottigliarsi dopo il Supermartedì, ma rimarrà chiaro.

C’è, però, un’altra possibilità, finora rimasta sotto traccia. Bernie aspetta l’esito dell’ultimo turno, specialmente della California, lo Stato più popoloso, più ricco e più innovativo del Paese. Poi aprirà la trattativa con l’avversaria. Se è così, sarà questo il primo test per la caratura presidenziale di Hillary Clinton. L’ex segretario di Stato ha costruito una campagna con uno schema politico e psicologico che prevedeva una leadership indiscussa, naturale: la sua. Ma l’America del 2016 si è rivelata piena di sorprese. Il percorso di Hillary si è fatto via via più difficile. Il suo programma riformista, pragmatico, accurato non è apparso sufficiente per catturare l’entusiasmo dei giovani e anche di una parte significativa dell’elettorato femminile.

Nel giorno dell’investitura, sia pure virtuale, Hillary Diane Rodham Clinton, nata il 26 ottobre del 1947 a Park Ridge, Chicago, ha detto una cosa banalmente vera: «C’è ancora molto lavoro da fare». E lo farà con la determinazione e l’ambizione di sempre. Da quando partì dal Wellesley College, la severa scuola femminile nel Massachusetts, fino ad arrivare all’Università di Yale, facoltà di legge. Lì nell’estate del 1971 conobbe Bill. Si trasferì a Washington, dove fu assunta nei migliori studi di avvocati; coltivò la passione politica, spostandosi gradualmente da posizioni un po’ bacchettone verso la difesa dei diritti civili, la protezione delle famiglie, dei bambini. A 35 anni era già tra i primi cento legali del Paese, su un totale di oltre un milione.

Queste sono le radici, le basi della prima candidata alla Casa Bianca. Poi è venuto tutto il resto. Compresi gli errori politici. Nel 2008 lasciò che Obama si impadronisse dello slogan centrato sul «cambiamento», riservando per sé la parola «esperienza». In fondo ha ripetuto lo stesso sbaglio nel 2016, non accorgendosi che dietro Sanders esiste un movimento autentico e profondo che chiede, di nuovo, «il cambiamento». Questa volta, però, Hillary ha la possibilità di correggersi.

Giuseppe Sarcina

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