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Hillary chiede unità nel partito ma Sanders la attacca ancora

Il fatidico annuncio arriverà alle ore otto di questa sera sul fuso orario della East Coast. Quando si chiuderanno i seggi delle primarie nel New Jersey, cioè alle due della notte italiana, Hillary Clinton dovrebbe varcare la soglia aritmeticamente decisiva: i 2.383 delegati necessari per la nomination democratica. Resteranno ancora aperti per tre ore i seggi in California, sulla West Coast.
Un’eventuale vittoria di Bernie Sanders nel Golden State, la sede della Silicon Valley e di Hollywood, complicherà la vita a Hillary, che già vede una campagna tutta in salita. La California è lo Stato più ricco e popoloso, il laboratorio di tutte le innovazioni, e il maggiore bacino di voti democratici (18 milioni, un record di iscrizioni a queste primarie).
Hillary ha fatto appello «all’unità del partito democratico», mentre Barack Obama, suo ex rivale nelle primarie del 2008 si dice determinato a sostenerla prestando alla campagna della Clinton la sua influente voce. Ma Sanders ripete: «Non concederò la vittoria, vado avanti fino alla convention ». Ha già “diffidato” i grandi network televisivi dal proclamare Hillary «presunta nominata » con gli exit poll del New Jersey. «Non dovete farlo, è scorretto », tuona l’anziano senatore socialista del Vermont. La sua tenacia sta tracimando in qualcosa di diverso: una lotta senza quartiere contro Hillary, che può farle molto male. Una parte dei “sanderisti” a oltranza si riconoscono in queste parole dell’attrice Susan Sarandon: «Hillary ha fatto cose orribili, è perfino peggio di Trump. E probabilmente verrà incriminata prima del voto di novembre ». Dunque neppure l’ultimo dei “supermartedì” dirà davvero la parola fine? Ancora ieri a chi gli chiedeva se davvero continuerà fino alla convention di Philadelphia (metà luglio), Sanders ha risposto con un solo avverbio: “ Absolutely”.
I numeri gli danno torto. A Hillary mancano appena 26 delegati per agganciare la maggioranza assoluta dei 2.383. Nel New Jersey se ne assegnano 142 e i sondaggi la danno favorita. Il suo vantaggio non cambia se si escludono i “superdelegati”, cioè quegli eletti di partito (governatori, parlamentari) che hanno già dichiarato la loro intenzione di voto.
Anche se questi non vengono contati, e si guarda soltanto ai delegati espressi dalla base che ha votato nelle primarie, Hillary ne ha 1.809 contro i 1.520 di Sanders. Poiché il New Jersey e la California (546 delegati) li assegnano in maniera proporzionale, solo una (impossibile) vittoria schiacciante di Sanders in tutti e due gli Stati cambierebbe le cose.
Oggi si vota anche in New Mexico, nel South e North Dakota, in Montana: tutti Stati più piccoli ma dove la Clinton racimolerà comunque qualche delegato. Tenuto conto che finora la Clinton ha tre milioni di voti popolari in più, solo uno “tsunami radicale” di proporzioni inaudite in California potrebbe azzerare il suo vantaggio. E quindi legittimare la pretesa di Sanders, che alla convention di Philadelphia vuole chiedere ai superdelegati di cambiare casacca, passando dalla sua parte. Fino a ieri i sondaggi davano un equilibrio incerto in California: a volte in vantaggio lei, a volte lui, sempre con margini limitati.
Intanto la guerra intestina al partito democratico fa passare in secondo piano i guai di Donald Trump. Lui da ultimo ha attaccato pesantemente un giudice federale che indaga sulla truffa della Trump University. Il giudice si chiama Gonzalo Curiel e Trump non ha dubbi: «Ce l’ha con me perché è un messicano».
Ma Sanders continua a concentrare le sue energie contro Hillary. In un’intervista alla Cnn il 74enne senatore socialista ha preso di mira la fondazione filantropica dei coniugi Bill e Hillary. «Per me è un problema — ha detto — che la Fondazione Clinton abbia ricevuto milioni di dollari di donazioni da governi stranieri, da regimi autoritari come quello dell’Arabia Saudita». La durezza delle polemiche quasi converge con le accuse di Trump: il quale accosta al nome di Hillary l’aggettivo crooked cioè disonesta. Molti seguaci di Sanders la pensano allo stesso modo. Se una percentuale di loro sceglierà di non votare Hillary a novembre, potrebbe essere fatale. Perciò è sceso in campo il governatore della California Jerry Brown, che a suo tempo fu una sorta di Bernie Sanders, un leader dei più radicali, e oggi implora: «È ora di unirsi per Hillary, prima che sia troppo tardi».

Federico Rampini

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