Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Hera, i fondi chiedono spazio in cda

Tra il patto dei soci pubblici e il contropatto delle Fondazioni, in Hera si affacciano i fondi. Che in vista dell’assemblea del 27 aprile per la prima volta hanno presentato una lista di minoranza.
Una discesa in campo in linea con l’attivismo crescente di questi ultimi tempi, che ha visto sempre più agguerrita la presenza degli istituzionali, pur nel ruolo di minoranza all’interno dei board. Ma in Hera, la multiutility a base emiliana (e quindi tradizionalmente tendente al rosso) dove i 118 soggetti pubblici – tra comuni e società ad essi collegate – ne hanno saldamente in mano il controllo con il 51,3% del capitale (peraltro irrobustito dal voto maggiorato), la notizia fa un certo rumore. Anche perché la formazione dei fondi va a scompaginare l’equilibrio che finora ha retto la multiutility: con la maggioranza al pubblico, la minoranza è sempre stata appannaggio dei cinque soggetti che ancora a febbraio 2016 avevano rinnovato un patto di consultazione con il loro 8,28%, vale a dire Gas Rimini Spa (titolare del 2,06% di Hera), Carimonte (2,06%), Fondazione CrModena (1,9), Fondazione CrForlì (1,44) e Fondazione CrImola (0,8%). Con la lista presentata dai fondi, però, ci sarà da battagliare per aggiudicarsi i quattro posti (sui 15 del cda) assegnati in modo proporzionale a chi non ottiene la maggioranza, e così il “pattino” dell’8% il 29 marzo è stato sciolto in modo da poter far valere tutto il capitale in proprio possesso e sfuggire al tettodel 5%.
Giovedì prossimo, a Bologna, ci sarà molta più suspence del passato al momento del voto. La conferma dei vertici, con il presidente Tomaso Tommasi di Vignano e l’ad Stefano Venier in cima alla lista presentata dai soci pubblici non è in discussione; per gli altri quattro posti, invece, si andrà alla conta tra la lista targata Assogestioni (guidata da Erwin Rauhe) e quella Rimini-Fondazioni, con Massimo Giusti primo candidato; anche perché – come non nasconde la stessa società nel sito Internet istituzionale – la compagine dei fondi è folta e assortita: al 28 febbraio i primi 20 istituzionali avevano in mano il 20,5% del capitale, con Lazard Asset management forte del 3,6%, Pictet dell’1,43%, Norges dell’1,1 e Vanguard di poco meno dell’uno per cento.
Una contesa che evidentemente non suona sgradita al management: più c’è interesse da parte del mercato, più le prospettive vengono ritenute interessanti, a partire dal dividendo per azione previsto in crescita dell’11% entro il 2020.
In sei mesi il titolo, ieri a 2,64 euro, segna un rialzo del 7,1%, nell’ultimo mese del 7,1%. Nel 2016 la multiutility ha registrato un utile netto in aumento del 14,8% a 207,3 milioni (confermando una cedola da 9 centesimi come prevista nel piano industriale), nonostante ricavi in calo dello 0,6% a quota 4,46 miliardi. «Una solida base di partenza – secondo quanto aveva commentato un mese fa Tommasi – per la prosecuzione della crescita ininterrotta prevista dal piano al 2020».

Marco Ferrando

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Le previsioni della Commissione europea sull’economia dell’Unione e dell’Italia rappresentano ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Con un coordinamento esemplare, le due maggiori economie mondiali hanno rilasciato una "doppietta" d...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il 2021 offre un parziale esonero contributivo, pari a un massimo 3mila euro, a lavoratori autonomi ...

Oggi sulla stampa