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Hedge, la fuga continua Spariti altri 4mila fondi

Erano considerati i padroni dell’universo, almeno quello dei mercati. Simbolo di successo e fucina di miliardari. Adesso sono un club sempre d’elite ma reduce da insolite sofferenze e sconfitte: nel 2019 gli hedge fund che hanno chiuso i battenti sono stati più di quelli tenuti a battesimo, il quinto anno consecutivo di una moria che ha portato il conto dei fondi spariti a quattromila.

Le cifre che raccontano la saga di un settore da oltre tremila miliardi di dollari non mentono. Tra gennaio e novembre gli hedge sono stati scottati da riscatti netti per 81,5 miliardi di dollari. Un’accelerazione, oltretutto, rispetto al 2018, quando i capitali ritirati erano stati meno della metà. Già alla fine del terzo trimestre, le chiusure nette di fondi erano 149, ben oltre le 98 dell’intero 2018 e le 49 del 2017 anche se meno delle 328 del 2016.

I rendimenti dei sopravvissuti evidenziano a loro volta delusioni: se la performance del 2019 appare la migliore in sei anni, lascia ancora molto a desiderare. L’Equity Hedge Fund Index di Bloomberg mostra per i primi undici mesi dell’anno guadagni limitati al 10% contro il quasi 30% dell’indice azionario Standard& Poor’s 500. O il 14,5% dell’indice obbligazionario americano elaborato da Bloomberg e Barclays. Stando a Hedge Fund Research, a conti fatti dopo Capodanno, il rendimento a fine 2019 potrebbe risultare anche inferiore, pari all’8,5 per cento.

Nomi di prestigio hanno tirato i remi in barca. Louis Bacon e Jeffrey Vinik hanno restituito capitali agli investitori. Un elenco dei principali marchi usciti di scena oppure trasformati in «family office» senza capitali esterni comprende almeno 23 gruppi e va, in ordine alfabetico, da Amplitude a, appunto, Vinik Asset Management passando per Moore Capital e Arrowgrass. In una lettera di commiato, il finanziere Stephen Roberts ha scelto una nota filosofica da fine di un’era nell’annunciare la chiusura dello Horseman European Select Fund. «Tutto giunge a conclusione – ha scritto – Vedo un cammino diverso davanti a me».

La “ricetta” tossica per molti hedge è stata rappresentata da un’economia e da mercati azionari che hanno continuato a sorpresa a marciare senza interruzione, dimostrando una longevità record e una scarsa volatilità che hanno spiazzato strategie e scommesse. Alcuni fondi, sotto pressione, hanno risentito di rivolte interne degli investitori e incapacità di rastrellare nuovi investimenti. Di questo clima hanno risentito fondi macro, che scommettono su fenomeni e rischi sistemici, come anche veterani specializzati negli asset deteriorati. York Capital e Southpaw Asset Management, dediti alle attività distressed, hanno bloccato o limitato i riscatti consentiti a fine anno agli investitori per evitare eccessive fughe. Questo segmento degli hedge, che aveva fatto fortuna nel periodo successivo alla grande crisi del 2008, da gennaio scorso è stato caratterizzato da rendimenti limitati al 2,54 per cento.

Le difficoltà generali hanno tuttavia consentito a qualche colosso di distinguersi, mettendo a segno performance più solide della media. Citadel di Ken Griffin e Point72 di Steven Cohen quest’anno sono entrambi stati capaci di offrire rendimenti in doppia cifra percentuale, rispettivamente pari a quasi il 17% e ad oltre il 13 per cento. E ci sono nuovi tentativi di riscossa e adattamento da parte degli hedge. Per meglio competere, il settore sta puntando sempre più su strategie tessute grazie a computer, big data e algoritmi. Dà la caccia ai cosiddetti “quants”, gli specialisti di modelli matematici, facendo concorrenza alle grandi banche e offrendo salari d’ingresso doppi – da duecentomila fino a un milione di dollari l’anno – per ritrovare i giorni di gloria.

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