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Hedge fund al test di maturità

Se l’obiettivo per cui sono nati era quello di consegnare rendimenti sempre positivi, a prescindere dalle condizioni di mercato, hanno fallito. Ma in occasione dell’ultima violenta correzione, almeno, i fondi hedge hanno saputo contenere le perdite: l’indice Hfri fund weighted composite, che esprime l’andamento di oltre 2.000 fondi hedge internazionali, ha ceduto lo 0,7% tra maggio e giugno, a fronte di cali del 4,2% per i bond di qualità elevata e del 9,5% per le obbligazioni emergenti in valuta locale.
I numeri
Un’eccezione? Secondo un’analisi di Hedge Invest, società di gestione specializzata in prodotti d’investimento alternativo, con asset gestiti in crescita a 800 milioni di euro — e risultati di tutto rispetto come il +13,8% a un anno dell’Hedge Invest Global Fund, tra i primi 5 migliori fondi di fondi hedge al mondo nella categoria Global Equity — pare di no. Negli ultimi 10 anni, infatti, i fondi alternativi hanno saputo tenere sotto controllo le fibrillazioni dei listini, registrando una volatilità media del 6%, contro l’8% delle obbligazioni investment grade, l’11% dei bond hi-yield, il 14% di azioni globali ed emissioni emergenti in valuta locale. Solo un indice obbligazionario globale, come il JP Morgan GBI, si è dimostrato meno volatile (3%).
Numeri in netto contrasto con la diffusa percezione che gli hedge fund siano fondi caratterizzati da brutali saliscendi. Alessandra Manuli, amministratore delegato di Hedge Invest, spiega così quello che definisce un equivoco: «L’ampia diffusione dei fondi alternativi in Italia risale al 2006-2007, alla vigilia del crollo di Lehman. In quell’occasione, alcuni dei prodotti che si erano presentati con la promessa di garantire una bassa volatilità hanno sofferto. Ne è nata una cattiva reputazione; credo ingiustamente, come dimostrano le analisi su serie temporali più ampie».
Le perdite subite dall’indice di riferimento tra l’ottobre 2007 e il febbraio 2012, -21,4%, sebbene inferiori ai crolli dell’azionario globale (-52%), non potevano essere facilmente digerite dagli investitori. Il tempo di recupero, tuttavia, è stato più rapido rispetto ad altre asset class: 19 mesi, contro i 49 della borsa americana: «Senza contare che Europa, Giappone e mercati emergenti sono ancora lontani dai picchi pre-crisi. Non dimentichiamo — aggiunge Manuli — che i fondi hedge, negli ultimi 10 anni, hanno sovraperformato le azioni, con un rendimento cumulato dell’82,5%: 30 punti percentuali in più rispetto alla borsa mondiale».
In ogni caso, è sbagliato aspettarsi performance a doppia cifra: un rendimento del 5-6% su base annua, spiega l’amministratrice delegata di Hedge Invest, appare più verosimile. In linea con i risultati dell’indice da fine luglio del 2012: più 7%.
Un anno fa
Alle buone performance dell’ultimo anno ha certamente contribuito il «whatever it takes» pronunciato da Mario Draghi: sintesi perfetta ed efficace dell’impegno da parte della Bce a fare quanto possibile per salvare la moneta unica. Rimuovendo il rischio sistemico rappresentato dall’ipotesi di una frattura dell’area euro, la Bce ha contribuito a ridurre le correlazioni, sia tra asset class differenti, che all’interno di uno stesso indice. Uno scenario che, secondo Manuli, dovrebbe continuare a garantire un ambiente relativamente favorevole agli hedge. Si considerino ad esempio le azioni del Vecchio Continente. «La correlazione dei titoli sul mercato europeo è scesa dal 76%, picco di luglio 2012 pre-discorso di Draghi, fino al 55% medio dei primi sei mesi del 2013: un dato in linea con la media storica, che ci aspettiamo possa essere confermato in futuro», chiarisce. Questo contesto ha permesso ai gestori di generare valore indipendentemente dai movimenti di mercato: «L’indice Stoxx Europe 600 ha ottenuto un guadagno dell’+1,91% nel primo semestre, con continui “su e giu”, mentre i fondi long/short europei monitorati e investiti da noi hanno avuto, nello stesso periodo, una performance media del 6,3%», conclude Manuli.

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