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«Hard Brexit» fa cadere la sterlina

Bisogna tornare al 1985 per trovare un cambio sterlina-dollaro a questi valori. In due giorni la divisa di Sua Maestà ha perduto poco meno del 2% sulla moneta americana scivolando fino a quota 1,2759. Dopo il crollo di lunedì, quando già veleggiava attorno a 1,28, i mercati sono tornati a penalizzare il pound, imponendo una svalutazione, nella sola giornata di ieri, dell’1,3 per cento. Forte è stata anche la correzione contro l’euro, scambiato a 87,5 pence con un meno 0,2% fin dalle prime contrattazioni. Per converso, e come già accaduto lunedì, è balzato il Ftse 100 che con un progresso in apertura superiore all’1% ha sfondato la vetta dei 7.000 punti, oltre i livelli che si registravano nel 2015. A beneficiarne sono state soprattutto le imprese che fatturano in dollari e riportano i profitti in sterline, anche se spesso l’effetto è ridimensionato dalle conseguenze contabili innescati dal foreign exchange sul debito che le multinazionali hanno in dollari. Sono andati alle stelle anche i costi di hedging contro le fluttuazioni della sterlina nei prossimi tre-sei mesi (10,6% come l’opzione a nove mesi), a conferma che le scosse sono destinate a continuare.
Una dinamica, quella in corso, ampiamente annunciata dalla platea del congresso conservatore di Birmingham. «Ci saranno turbolenze sui mercati» aveva detto due giorni fa il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond e alle parole sono seguiti fatti con straordinaria rapidità. Il motivo della reazioni dei mercati va ricercato nello sblocco della Brexit. La signora premier Theresa May ha fatto due passi chiari, anche se non definitivi, nella partita con i partner europei, risvegliando l’attenzione degli investitori che d’improvviso vedono un pronunciamento popolare – il referendum di giugno – trasformarsi in una realtà con date già appuntate sul calendario.
Downing street, in primo luogo, ha rotto la “tregua”, annunciando la data – entro fine marzo 2017- in cui sarà avviata la procedura di recesso dall’Ue, invocando l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. In secondo luogo ha riaffermato la volontà britannica di non cedere sulla libera circolazione degli immigrati intra-Ue. «Questo passaggio – ha commentato Esther Reichelt di Commerzbank – fa temere che possa esserci un hard Brexit». Ovvero che Londra punti a far saltare il banco uscendo dall’Unione e dal mercato unico al buio per affidarsi solo alle regole commerciali del Wto. In altre parole è il timore che la Gran Bretagna abbia già deciso di rinunciare al passaporto per le istituzioni finanziarie della City. «La realtà – ha dichiarato Paresh Upadhyaya currency strategist a Pioneer investment a Boston interpellato da Reuters – è che dal mondo politico si sentono solo commenti che danneggiano la valuta britannica».
Ultima in ordine cronologico è stata la voce della ministro degli Interni Amber Rudd che ha messo in guardia il business dall’assumere troppi stranieri. «I test dovranno essere rivisti – ha detto – per essere certi che gli stranieri siano assunti nelle imprese a copertura di posti vacanti. Senza sfilare, cioè, posizioni a cittadini britannici». British jobs for british managers ? Qualcosa di simile in un’autarchica visione del mondo. Concetto che, crediamo, non farà bene alla sterlina.
Theresa May, in realtà, non ha prefigurato la vera linea Maginot del negoziato con la Ue anche perché la percezione crescente è che nonostante i crescenti toni da brexiters ci sia ancora una profonda spaccatura nello stesso governo conservatore. Philip Hammond, per esempio, si arruola fra i più cauti, deciso com’è a tutelare la City. «Il 23 giugno – ha detto nel suo discorso due giorni fa – è stato scelto Brexit senza “se” e senza “ma”. Tuttavia con il voto al referendum il popolo non ha detto di voler diventare più povero o di voler essere meno sicuro».

Leonardo Maisano

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