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Guida ragionata alla riforma

di Carlo Dell'Aringa

La riforma del lavoro si può dividere in tre blocchi: 1. Flessibilità in entrata; 2. Flessibilità in uscita; 3. Ammortizzatori e politiche attive. In estrema sintesi gli interventi sono diretti a diminuire la flessibilità in entrata e aumentare la flessibilità in uscita (per avvicinare le garanzie di protezione del posto di lavoro nelle varie tipologie contrattuali) ed estendere l'utilizzo degli ammortizzatori sociali a categorie che ne sono attualmente prive. Gli obiettivi finali sono essenzialmente quello di superare la segmentazione del mercato del lavoro che colpisce soprattutto i giovani e quello di realizzare ammortizzatori sociali di carattere non solo universalistico, ma anche "condizionato", cioè condizionato all'impegno dei lavoratori disoccupati di cercare attivamente un posto di lavoro alternativo.
Vale comunque la pena ricordare da dove ci muoviamo, ricordare cioè quali sono i nostri punti di partenza e di come essi si sono evoluti nel corso del tempo e di come essi si collocano in un confronto internazionale. Questo è utile per capire quanta strada rimane da fare e le sfide che la Riforma dovrà affrontare. I tre blocchi di tavole, grafici e commenti di questa pagina, servono allo scopo. Viene aumentata la rigidità dei contratti di lavoro che appartengono a quella che in gergo viene ormai definita "la cattiva flessibilità". Si tratta di quei contratti di lavoro autonomo che di fatto non lo sono. Le imprese li usano per pagare più bassi contributi, spesso anche compensi più bassi dei minimi contrattuali nazionali e per avere estrema libertà nella interruzione del rapporto di lavoro. Sono questi i veri precari e la Riforma li individua come quei rapporti che durano oltre un certo periodo di tempo (sei mesi in un anno), si svolgono nei locali dei committenti e godono di un compenso sotto una certa soglia. Se ricorrono queste condizioni, vale la presunzione che si tratta di rapporti di lavoro para-subordinato. Questo è un bel cambiamento perché darà ai giovani che hanno questi rapporti di lavoro di fare riconoscere i loro diritti davanti al giudice.
Analoghe norme prevedono una minore flessibilità a favore delle imprese nell'utilizzo dei contratti a progetto. Questi, in caso di un loro utilizzo improprio, vengono trasformati in contratti di lavoro subordinato. Vengono toccati anche alcuni istituti della cosiddetta "flessibilità buona", cioè i contratti di lavoro temporaneo che erano stati introdotti e riformati dal "Pacchetto Treu" e dalla "legge Biagi". Per certi aspetti questa flessibilità viene aumentata dalla Riforma, laddove prevede che il primo contratto a tempo determinato di cui usufruisce il lavoratore assunto, non ha bisogno di essere giustificato da "causali". È completamente libero e questo è un buon passo in avanti. Altri aspetti del contratto a termine vengono però irrigiditi (come l'intervallo di tempo tra un contratto e l'altro) e si prevede anche una penalità pecuniaria in caso di mancata trasformazione in contratto a tempo indeterminato. Si può capire la buona intenzione di queste norme: quella di favorire i passaggi al lavoro stabile. Ma attenzione all'effetto completamente opposto e cioè quello di indurre le imprese a rifugiarsi nella "flessibilità cattiva". Ricordiamo che tutte le riforme fatte in questi ultimi 15 anni erano proprio dirette a combattere abusi e lavoro nero. Attenzione a non tornare indietro. L'aumento della flessibilità in uscita va nella giusta direzione di correggere le eccessive diversità di protezione del posto di lavoro e di incentivare le imprese ad assumere più giovani a tempo indeterminato. Per quanto non ci si possa aspettare miracoli da cambiamenti dell'art.18 nel caso si dovesse applicare il modello tedesco (come si dimostra nella scheda), va comunque ricordato che un altro aspetto della flessibilità in uscita andrebbe meglio discusso. Si tratta dell'indennizzo, che appare eccessivamente alto. Sono soprattutto alte le 15 mensilità che sono fissate come minimo. In quasi tutti i Paesi l'indennizzo è commisurato all'anzianità di servizio. Un indennizzo corrispondente ad una mensilità per anno di servizio ci avvicinerebbe alle migliori esperienze degli altri Paesi e avrebbe il merito di abbassare di molto il costo del licenziamento dei giovani, una condizione questa fondamentale per incentivare le imprese a trasformare i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. Il grafico a fianco, ad esempio, cerca di rispondere alla domanda: una maggiore flessibilità dei contratti a tempo indeterminato può favorire un minore utilizzo dei contratti di natura temporanea? Il grafico mette a confronto le situazioni nei vari Paesi. La relazione esiste ed è positiva: più protezione è associata a maggiore diffusione dei contratti temporanei. Però il grado di correlazione è modesto e trattandosi di un confronto tra paesi, il risultato va accolto con grande "beneficio di inventario".
La riforma degli ammortizzatori rappresenta una utile riorganizzazione che si ispira ai collaudati modelli dei Paesi più sviluppati e anche ad alcuni progetti di riforma che sono stati pensati (e mai attuati) in passato. Il perdurare della crisi e il conseguente fabbisogno di ulteriori risorse ha giustamente consigliato una applicazione molto graduale della riforma. Ciò che manca è una politica attiva degna di questo nome. La Riforma prova a disegnare un modello di Agenzia Nazionale per il Lavoro. Sarebbe l'ideale, ma per farla, occorre mettere d'accordo lo Stato con le Regioni. E il risultato non è scontato.

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