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Guerra tra giganti tech Apple contro Facebook “La privacy è libertà”

Apple contro Facebook, il clima velenoso degli scandali genera un regolamento di conti fra Padroni della Rete. Donald Trump torna all’attacco di Amazon, su un terreno dove per una volta va d’accordo con l’Unione europea: « Paga pochissime o zero tasse». Il chief executive di Apple, Tim Cook, invece attacca Mark Zuckerberg per il saccheggio dei dati di 50 milioni di utenti. «La privacy è un diritto umano — dice Cook in un’intervista alla tv Msnbc — è una libertà civile, ed è qualcosa di unico per l’America. È come la libertà di parola, la libertà di stampa; la privacy è a quel livello d’importanza per noi » . Lo spettacolo della rissa in pubblico è raro, ma evoca un precedente in cui fu Apple a trovarsi sul banco degli imputati. Fu per una strage provocata da due terroristi islamici, immigrati di origine pachistana, che il 2 dicembre 2015 uccisero 14 persone in un centro per disabili a San Bernardino, California. Quando l’Fbi riuscì a procurarsi l’iPhone di uno dei terroristi, Cook si rifiutò di rivelare le chiavi d’accesso. Il capo di Apple disse che la richiesta di decrittare lo smartphone rappresentava una minaccia troppo grave alla sicurezza di noi utenti. Una volta che Apple avesse fornito all’Fbi il dispositivo per violare il codice crittato, sostenne Cook in una lettera pubblica, «potrebbe finire nelle mani sbagliate, che potenzialmente avrebbero accesso a qualsiasi iPhone » . Eppure la richiesta dell’Fbi era stata autorizzata dalla magistratura. In quel caso fu Bill Gates, fondatore di Microsoft, a rompere il fronte delle aziende tecnologiche, dissociandosi da Cook e condannando la sua scelta. La diatriba venne politicizzata, con l’intervento di Trump che all’epoca era uno dei candidati alla nomination repubblicana. Almeno Cook può rivendicare una coerenza: la sua linea rimane fedele alla tutela della privacy. Accusato nel 2015 di non essere patriottico, di non aiutare l’Fbi contro il terrorismo islamico, oggi è lui a salire in cattedra e a dare una lezione al 33enne Zuckerberg, il cui social media si è prestato a servire gli interessi della campagna Trump.
La tensione nella Silicon Valley ( e “ dintorni”: che virtualmente includono Seattle, sede di Amazon e Microsoft, sempre sulla West Coast) è dovuta a un clima improvvisamente ostile. La Borsa dopo gli scandali sulla privacy ha castigato non solo Facebook ma anche gli altri membri del gruppo Faang (Facebook Apple Amazon Netflix Google). Gli investitori si chiedono se un giro di vite sulla protezione della privacy sia compatibile con l’attuale modello di business, e coi livelli di profitto vertiginosi del settore. Se in passato solo Bruxelles sembrava decisa ad affrontare temi roventi come l’elusione fiscale o l’abuso di posizione dominante, oggi anche a Washington si respira un clima diverso. Trump, a dispetto dei “regali” che Facebook gli ha fatto, non ha né legami di affari né simpatia politica per quel capitalismo troppo liberal. L’attesa per l’audizione di Zuckerberg al Congresso è grande, anche se non bisogna caricarla di significati eccessivi: i parlamentari usano le audizioni per farsi belli davanti agli elettori, non sempre poi seguono azioni coerenti. Prima di dare per scontato che le norme cambieranno in senso più protettivo della privacy, bisogna aspettare. Certo se questo accadesse sarebbe un duro colpo per quei giganti — soprattutto Facebook Google Netflix — che campano soprattutto sulla raccolta pubblicitaria e la vendita di dati su noi stessi. Apple ha altri problemi: si moltiplicano le cause giudiziarie per gli iPhone che “ rallentano” quando l’azienda lancia sul mercato un nuovo modello. Apple ha ammesso che è tutto vero, giustificandosi col fatto che il rallentamento programmato serve a «prolungare la vita delle batterie » . Cinquantanove cause in tribunale l’accusano di farlo per costringere a comprare i modelli di nuova generazione. Siamo in un ambito molto diverso, ma la morale è che ciascuno dei Padroni della Rete ha degli scheletri nell’armadio, e tenta di spostare l’attenzione sugli abusi del vicino.

Federico Rampini

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