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Guerra di Parigi al dumping sociale

Di fronte allo straordinario aumento del numero di lavoratori in “distacco” dagli altri Paesi europei – Polonia in testa – il Governo francese ha deciso di lanciare un’offensiva contro il “dumping sociale”, sul terreno interno e su quello europeo. Per cercare di arginare il crescente malumore dei lavoratori francesi, soprattutto nel settore delle costruzioni, in una fase di alta disoccupazione. E per provare a spuntare almeno una delle tante armi in mano all’estrema destra nazionalista in vista del doppio appuntamento elettorale (comunali ed europee) dell’anno prossimo.
La direttiva europea del 1996 – frutto dell’inevitabile compromesso tra Paesi più liberisti e più sensibili ai temi sociali – consente a un’azienda con sede legale in uno degli Stati membri di “distaccare” temporaneamente alcuni suoi dipendenti in un altro Stato conservando il trattamento di quello di origine.
Nella normativa che ha recepito la direttiva, Parigi ha introdotto alcuni vincoli restrittivi, imponendo che a questi lavoratori debbano essere garantite le stesse condizioni dei francesi in termini di salario minimo (attualmente in Francia è di 1.430 euro lordi mensili), di orario massimo di lavoro (35 ore settimanali, più gli straordinari), di ferie e festività. Mentre i versamenti contributivi – su questo la direttiva non consentiva adattamenti – restano quelli in vigore nei Paesi di provenienza. Con risparmi sul costo finale che possono arrivare al 30-40 per cento.
Il risultato è che tra il 2004 (data d’ingresso nella Ue della Polonia e di alcune Nazioni dell’Est) e il 2007 il numero dei distaccati è passato da 26mila a 68mila. E da quell’anno (data d’ingresso di Romania e Bulgaria) ha continuato a crescere – con un’accelerazione durante la crisi, ovviamente, quando le aziende hanno dovuto comprimere ulteriormente i loro costi – fino ai 210mila di quest’anno. Quelli ufficiali. Perché quelli reali – cioè titolari di un contratto di distacco ma non segnalato – sarebbero almeno il doppio.
Il primo esportatore di manodopera in Francia è proprio la Polonia (con 31mila distacchi), seguita da Portogallo (20.100) e Romania (17.500, con un aumento del 600% rispetto al 2007). In testa ai settori c’è l’edilizia, con il 37% dei distacchi, seguita dall’indistinto comparto delle società di interim (31%).
Spesso la direttiva europea è puramente e semplicemente ignorata. E violata. È il caso di molte piccole aziende edili che lavorano in sub-sub-sub appalto. Magari pagando i loro distaccati originari dell’Est ma provenienti dal Portogallo, com’è il caso emerso sul cantiere del Tgv Rennes-Le Mans, 585 euro al mese. Con i pasti a loro carico.
È ovvio che per le piccole società francesi delle costruzioni diventa difficile vincere una gara. A meno di non utilizzare a loro volta distaccati provenienti dalla Romania (dove il salario minimo è di 179 euro) o dalla Polonia (369 euro). Possibilmente senza dichiararli, nella speranza di sfuggire ai controlli, inadeguati e insufficienti, dei funzionari dell’Ispettorato del lavoro.
In altri casi la direttiva è utilizzata ad arte. Com’è il caso delle società di interim con sede spesso in Lussemburgo (dove il carico contributivo è nettamente inferiore) che spediscono in Francia 17mila…francesi all’anno (+350% tra 2004 e 2011).
Il Governo ha quindi deciso di inasprire i controlli (il ministro del Lavoro Michel Sapin ha annunciato che la responsabilità della dichiarazione di distacco sarà estesa ai titolari di concessioni edilizie) e di porre nuovamente la questione, lunedì 9 dicembre, sul tavolo del prossimo consiglio europeo ministeriale.
L’obiettivo sarebbe quello di riuscire, prima o poi, a imporre parità totale di trattamento tra lavoratori locali e distaccati. Ma è irraggiungibile, per l’opposizione dei Paesi più liberisti (Gran Bretagna in testa) e di quelli dell’Est.
Ci si dovrà accontentare di una generica dichiarazione di buona volontà e di un rafforzamento della cooperazione tra gli ispettorati del lavoro dei diversi Stati membri.

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