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Gualtieri: “Non esiste un caso Italia nell’Ue ma faremo più riforme”

«Sul Recovery Plan non esiste un caso Italia, ma un’interlocuzione molto positiva con la Commissione, che sta ponendo una serie di questioni a tutti i Paesi». Chi ha parlato ieri con il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, lo ha sentito stupito per una narrazione che mette la sola Italia sul banco degli imputati a Bruxelles. Ma al tempo stesso Gualtieri è ben consapevole che il Piano italiano è tutt’altro che concluso: «Su alcune riforme e sull’articolazione di una parte dei progetti sappiamo di dover lavorare ancora».
E i richiami ripetuti sulla necessità di rispettare tempi e standard del Recovery Plan che in nemmeno una settimana sono venuti da Gentiloni, Dombrovskis e adesso anche Lagarde? Ci sono certamente, ma si tratta di richiami che valgono per tutti, dice lo stesso ministro – e che sono comunque benvenuti perché «porteranno noi come altri a rafforzare il nostro Piano anche attraverso il dialogo con le parti sociali e produttive». Certo, nessuno può negare che gli oltre 200 miliardi che vanno al nostro Paese sono la fetta individuale più sostanziosa del Recovery Plan e che proprio per questo un nostro fallimento non sarebbe solo nazionale, ma si rifletterebbe su tutta l’Unione. E nemmeno Gualtieri lo fa: «Naturalmente siamo consapevoli della particolare responsabilità che l’Italia, che ha fortemente voluto il piano e ne è forte beneficiaria, ha nell’utilizzare al meglio le risorse europee».
Ecco allora che per «utilizzare al meglio» quelle risorse, migliorando il Piano, i passi sono già definiti: oggi l’incontro del premier con i sindacati, lunedì la Confindustria e poi via via tutte quelle parti che fino al brusco stop sull’orlo della crisi il governo aveva snobbato e che adesso, anche in chiave interna di ricerca del consenso, vengono chiamate al tavolo. Che ci sia da fare ancora sul Piano italiano, al Tesoro appunto nessuno lo nega, a partire dal tema delle riforme, per passare da quella che la Commissione chiama la «granularità» di tappe intermedie e traguardi, finendo con il sistema di audit e controllo che serve a certificare il successo o meno delle voci del Piano dopo che i programmi sono stati messi in opera. Insomma, a Bruxelles non si possono solo portare capitoli dai titoli suggestivi, ma servono dettagli, cronoprogrammi, verifiche.
Di questo, nel Piano italiano, finora si è visto ben poco, eppure per Gualtieri non siamo in una posizione di svantaggio rispetto ad altri Paesi. Anzi. Ai due appuntamenti comunitari dei ministri delle Finanze di questa settimana – lunedì scorso l’Eurogruppo e il giorno dopo l’Ecofin – l’Italia, secondo la ricostruzione che se ne fa nelle stanze del ministero non è stata assolutamente “singled out”, ossia additata come cattivo esempio.
Di Recovery Plan, ovviamente, si è discusso in entrambe le occasioni: all’Eurogruppo la Spagna ha fatto una presentazione strutturata del suo piano e poi sono seguite illustrazioni più sintetiche di Finlandia, Grecia e appunto Italia. All’Ecofin, invece, la stessa Commissione ha fatto una presentazione con una “tabella di marcia” delle posizioni dei vari Paesi nel cammino di avvicinamento ai fondi che l’Europa dovrà dare loro. E proprio la tabella indica che ci sono 5 Paesi i quali, indicano le diciture ufficiali, «hanno avviato discussioni informali con la Commissione ma non ancora presentato una bozza o un Piano», altri 6 che hanno inviato «uno schema di Piano o un numero ridotto di elementi» e infine 16 Paesi che hanno depositato a Bruxelles «una prima bozza completa o un notevole numero di elementi ». L’Italia sta proprio in questo gruppone di testa, dove peraltro non è entrata tra i primi, con un Piano non ancora completo, ma comunque «con un gran numero di elementi», visto che manca ancora la questione della governance. Uno dei tanti e non secondari punti su cui il governo dovrà lavorare, anche se sostiene di non sentirsi con il fiato sul collo di Bruxelles. Al contrario, specie dopo il pericoloso smottamento del governo, l’impressione è che oggi il miglior alleato del governo Conte in Europa sia Matteo Salvini. Prima di spingere l’Italia in una posizione difficile, che potrebbe accelerare una crisi di governo e spingere verso un nuovo voto, nelle capitali europee ci penseranno non due, ma duemila volte, tanta è la paura di trovarsi un’Italia a trazione populista e antieuropeista a decidere sui miliardi del Recovery Fund.
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