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Groupama: meno poltrone più affari (in Italia)

C’era un tempo in cui Antoine Bernheim aveva raccolto il testimone di André Meyer, il grande banchiere della banca d’affari Lazard che in Italia giocava di sponda con Enrico Cuccia, di Mediobanca. E, in scia, aveva consolidato posizioni di potere il finanziere bretone Vincent Bolloré, tra gli azionisti di maggior peso in Mediobanca e poi vicepresidente delle Generali, capofila della cordata francese, pronta a farsi garante dell’autonomia e dell’indipendenza di Mediobanca. In questa cornice il gruppo assicurativo Groupama aveva affiancato Bolloré come socio dell’istituto con una quota inferiore di poco al 5%, ritenendo che fosse la carta migliore per crescere in fretta sul mercato italiano. Non è andata così e la vendita delle attività dismesse da UnipolSai ai tedeschi di Allianz, annunciata mercoledì scorso, è l’ultimo, definitivo segnale che quella strada non ha portato alla meta sperata.
Discontinuità
È finita così anche perché tutto è cambiato. A partire da Bernheim che prima, nell’aprile 2010, è stato messo da parte al compimento degli 85 anni di età. E, qualche tempo dopo, è morto. Non ha portato fortuna a Groupama neppure il tentativo di conquistare un ruolo strategico affiancando Salvatore Ligresti nell’azionariato di Fonsai. Il grande accordo venne annunciato nell’autunno 2010 e aveva come cardine l’entrata di Groupama in Premafin, la holding dei Ligresti. Poi l’intesa prevedeva l’acquisto di una partecipazione importante in Fonsai. Una doppia operazione che, in particolare, venne seguita da uno dei consiglieri più ascoltati da Salvatore Ligresti: Massimo Pini, craxiano, combattivo esponente del comitato di presidenza dell’Iri, molto vicino a Tarak Ben Ammar, l’imprenditore tunisino in stretti rapporti con Bolloré.
Anche Groupama era molto diversa da quella attuale. Il numero uno era Jean Azéma, che difese fino in fondo Bernheim definendolo «un grande presidente delle Generali» proprio poche settimane prima della sua sostituzione con Cesare Geronzi. Azéma, buon amico di Bolloré, aveva obiettivi ambiziosi: cambiare pelle al gruppo, quotarlo in Borsa e trasformarlo da società che affondava le radici nella mutualità locale francese a multinazionale delle assicurazioni, che aveva come priorità la crescita all’estero e l’entrata nella classifica delle prime dieci compagnie europee. E l’estero era soprattutto l’Italia. Per i Ligresti l’alleanza con Groupama aveva un doppio significato: il superamento della crisi drammatica del gruppo e lo sganciamento da Mediobanca. Ma l’operazione fallì il 5 marzo 2011, quando la Consob di Giuseppe Vegas stabilì l’obbligo per Groupama della doppia opa (offerta pubblica di acquisto) su Premafin e Fonsai. Pochi giorni dopo Groupama annunciò la ritirata e, trascorsi pochi mesi, ci fu un vero colpo di scena: il crollo della società assicurativa francese, travolta dalle difficoltà in Grecia (dov’era cresciuta molto) e dalla caduta delle borse internazionali (in cui aveva investito molto).
Il conto lo pagò Azéma, che venne accompagnato alla porta e sostituito con il direttore generale Thierry Martel. La medicina fu quella classica: vendita delle partecipazioni non strategiche (in Spagna, Inghilterra, Polonia) e di attività francesi, cessione di parte delle proprietà immobiliari, aumento di capitale da 500 milioni di euro.
Tenuta di Stato
La fortuna di Groupama è stata che il sistema Paese ha fatto blocco, come conferma un episodio emblematico: l’intervento d’emergenza da 300 milioni di euro della Caisse des dépots a fine 2011, decisivo per rafforzare il gruppo, finito nel mirino delle società di rating che avevano declassato e posto sotto osservazione il titolo per la bocciatura definitiva a junk bon d, cioè al livello di spazzatura.
Fino a quando, nel novembre 2012, Thierry Martel ha annunciato che il programma delle dismissioni era «terminato» e che il perimetro del gruppo si era «stabilizzato». Dichiarazioni a cui sono seguite quelle di Christophe Buso, amministratore delegato di Groupama assicurazioni, in Italia. «Le cessioni sono finite», ha detto nel febbraio 2013, entrando nel merito anche della posizione in Mediobanca: «Nel breve termine non abbiamo intenzione di uscire», perché «è una partecipazione importante e abbiamo fiducia nel management . Il mantenimento della quota è peraltro coerente con l’importanza che il business italiano ha raggiunto nel nostro gruppo».
I numeri lo rendono evidente: 1,6 miliardi di premi raccolti, pari al 60% del totale ottenuto da Groupama fuori dalla Francia. Ma è chiaro che i rapporti sono cambiati.
Il lungo addio
E infatti, nell’ottobre scorso, è arrivato l’annuncio dell’uscita dal patto di sindacato Mediobanca. «L’ingresso fu deciso in un momento in cui il gruppo ricercava possibilità di crescita per linee esterne in Italia», è stata la spiegazione ufficiale. «Oggi non si rende più necessario poiché Groupama beneficia di una ormai solida presenza sul mercato italiano, dove conduce una strategia basata sulla crescita interna». Il che significa che non sono in arrivo acquisizioni. Anche se negli affari, come nella vita, mai dire mai.

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