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Grilli frena sul patto «Rubik»

La trattativa sull’accordo Rubik tra Italia e Svizzera per la tassazione alla fonte (e anonima) dei patrimoni detenuti nella Confederazione sta prendendo una piega inaspettata. Mentre il paese delle banche preme per una soluzione rapidissima – il Dipartimento federale delle finanze punta al 21 dicembre per la firma “tecnica”, si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri – da Bruxelles il ministro dell’Economia italiano Vittorio Grilli raffredda decisamente le aspettative di Berna. L’accordo «certamente non può essere un’amnistia, un condono – ha detto Grilli – ed è prematuro parlare di cifre: prima bisognerà vedere i parametri dell’accordo».
I nodi da sciogliere sul tavolo negoziale, nonostante l’ottimismo svizzero e per stessa ammissione della sua delegazione, sono ancora molti: dalla garanzia iniziale che le banche elvetiche dovrebbero versare al Fisco italiano (la Germania ha ottenuto 2 miliardi), alla definizione del periodo di durata su cui calcolare l’imposta “tombale” per il passato, mentre l’aliquota periodica per i rendimenti futuri sarà quasi sicuramente allineata a quelle vigenti in Italia.
Resta il fatto che la partita sul tavolo, da ogni punto di vista, è imponente. La Confederazione non vuole ufficializzare la consistenza effettiva dei depositi italiani – e cioè la base imponibile dell’operazione – ma i dati resi pubblici ieri dall’Associazione svizzera dei banchieri possono aiutare a capirne la portata: i patrimoni esteri gestiti nel 2011 dal circuito bancario ammontavano a 2.700 miliardi di franchi, pari a circa 2.250 miliardi di euro (la Svizzera controlla il 26,9% del mercato globale del private banking transfrontaliero) e, per ammissione del vicepresidente della direzione dell’Asb, Jakob Schaad, l’Italia dopo la Germania e insieme alla Francia è il mercato più importante nell’area Ue. «L’Italia può trarre un grande vantaggio dall’accordo – ha aggiunto Schaad – perché si troverebbe di fatto già incassata l’imposta di tutti i suoi contribuenti senza costi di alcun tipo e senza dover mettere in campo un esercito di finanzieri». L’alternativa all’accordo, secondo l’associazione dei banchieri svizzeri – che punta a proteggere ancora una volta il segreto bancario dei propri clienti – sarebbe la ricerca di una «enorme mole di dati difficilmente analizzabili e ancor più difficilmente trasformabili in incassi effettivi». L’attività di incasso per conto terzi (cioè Germania, Gran Bretagna e Austria, i tre paesi che hanno già siglato il patto Rubik) costa al sistema bancario svizzero 500 milioni di franchi l’anno. La Confederazione comunque non teme una fuga dei depositi italiani per effetto della firma del trattato: «L’accordo con la Germania – ha detto Jacob Schaad – ha determinato la perdita dello 0,4% del capitale gestito. La piazza finanziaria svizzera viene scelta per l’eccellenza dei servizi e per la sicurezza del sistema». E, dopo Rubik, senza più nemmeno l’assillo del Fisco domestico.

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