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Grilli: dalle dismissioni i fondi per i crediti Pa

«Sento molte critiche, ma ora che il testo della legge di stabilità è pronto per andare in Parlamento, lo posso dire: questa è la composizione ideale delle misure fiscali. In principio volevamo solo evitare il previsto aumento dell’Iva nel 2013. Poi abbiamo pensato a un approccio più articolato per tenere insieme rilancio della domanda, equità e competitività. Ecco allora i tre interventi chiave di questa legge: lo stop all’aumento di un punto dell’Iva, la riduzione delle aliquote più basse dell’Irpef e la detassazione dei salari di produttività». Fabrizio Forquet
È proprio il mix di misure fiscali il primo aspetto della legge di stabilità che lascia qualche perplessità. Si fa un gran parlare di rilancio della crescita e di competitività. Non era meglio concentrare sul cuneo fiscale e sui salari di produttività tutte le risorse disponibili per i tagli fiscali? Il Governo ha indicato la produttività come una sua priorità. Essere produttivi oggi significa però due cose. Una è la competitività del sistema in cui le imprese si trovano ad operare. E qui il Governo ha approvato nel corso dell’anno tutta una serie di provvedimenti, dalle liberalizzazioni ai decreti sviluppo, fino all’ultimo provvedimento sulle semplificazioni approvato proprio oggi (ieri, ndr). Molti interventi, non c’è dubbio, ma le imprese faticano a percepire novità sostanziali. I nodi strutturali del Paese sono ancora in gran parte lì. C’è un problema di attuazione delle misure, come ha osservato anche il Sole – 24 Ore. Ma ci sono anche i tempi fisiologi del cambiamento. Stiamo cercando di ridurre il settore pubblico per dare spazio a quello privato. Ma questo non succede in un giorno. Anche perché lo stesso settore privato deve abituarsi a ridurre la sua dipendenza dal pubblico. Quello che conta è che non prevalga tra le imprese lo scoramento. Non bisogna scoraggiarsi se non si vedono i risultati subito. L’andamento del Pil non aiuta. Anche per questo ci si chiede se non fosse meglio destinare ogni risorsa disponibile sulla parte di salario che ha a che fare con la produttività. Qui ci riferiamo al secondo aspetto della competitività: quello interno alle imprese. Anche questa parte è certamente deficitaria. Il presidente Monti non a caso ha invitato le parti sociali a un confronto serrato: noi, abbiamo detto, interveniamo sulla competitività di sistema, imprese e sindacati si occupino di quest’altra parte che riguarda i loro rapporti contrattuali. Il Governo è disposto a incentivare l’accordo, e per questo abbiamo messo 1.600 miliardi in due anni sui salari di produttività, ma l’intesa non dipende dal Governo. È responsabilità delle parti. Insisto: se la priorità è la crescita, non si poteva fare di più? Abbiamo destinato il doppio delle risorse del precedente anno. Non mi sembra poco. Tra l’altro fino ad oggi queste risorse non sono state utilizzate bene. Di produttività in realtà se ne è fatta poca. Perciò voglio dire che questa volta ci aspettiamo dalle parti un accordo più virtuoso rispetto a quello dell’altra volta. Certo, poi, si può fare sempre di più, ma dovevamo operare delle scelte. E avete deciso di destinare quasi 6 miliardi alla riduzione di un punto delle aliquote dei primi due scaglioni dell’Irpef. Non c’è il rischio, così, di sprecare risorse in un intervento a pioggia, quasi impercettibile per i più? Come le ho spiegato, questo Governo ritiene di aver fatto già molto sul lato dell’offerta, ora bisognava fare di più per la domanda. I consumi sono in una fase di grande debolezza. Bisogna cercare di rilanciarli o, perlomeno, evitare un ulteriore scivolamento. Intanto la stretta sulle detrazioni e deduzioni fiscali rischia di ridurre al lumicino anche lo stesso taglio Irpef. A regime dalle tax expenditure arriva una copertura di 1,1 miliardi rispetto ai 6 che vale l’intervento sulle aliquote. Il resto viene dalla Tobin tax e dai tagli di spesa. Dalla stretta sugli sgravi abbiamo comunque escluso le fasce di reddito fino a 15mila euro, le spese mediche, le spese per la cura delle persone disabili, altre spese di valenza sociale. Credo che anche questo sia un intervento equilibrato. Di sicuro è un intervento retroattivo. In violazione dello statuto del contribuente. Le eccezioni allo statuto del contribuente negli anni sono la regola piuttosto che l’eccezione (il ministro mostra una lista con almeno 10-15 violazioni negli ultimi anni, ndr). Purtroppo negli interventi fiscali la retroattività si rende spesso necessaria per ragioni di copertura. Non toccare l’anno in corso può rivelarsi problematico. Ancora lunedì sembravate pronti a ripensarci… Non c’è stato alcun ripensamento. La decisione del Consiglio dei ministri è stata quella di mettere questo riassetto fiscale, nel quale crediamo, a regime al più presto. Per mettere in campo le tre misure di cui abbiamo parlato, che valgono complessivamente 8,7 miliardi nel 2013, non potevamo rinunciare a introdurre la stretta sugli sgravi già nel 2012. In caso contrario sarebbe mancato nel 2013 circa 1 miliardo di copertura. Voleva dire rinviare l’intervento sul secondo scaglione dell’Irpef al 2014. Abbiamo preferito non farlo. È ancora possibile un ripensamento in Parlamento? Discuteremo insieme. Si dovrà fare una scelta. Il Parlamento può prendere una decisione diversa. Un miliardo non è una cifra enorme. Non si può recuperare attraverso tagli alla spesa? Su questo siamo davvero molto aperti. Anche i tagli però non sono senza conseguenze. Perciò abbiamo ritenuto che questo fosse l’equilibrio migliore. Ma siamo anche convinti che si debba continuare a tagliare la spesa e a contrastare l’evasione per ridurre la pressione fiscale. Confindustria si è detta disponibile a un taglio degli incentivi alle imprese in cambio di una riduzione del cuneo fiscale. Siamo disponibili a ridefinire gli incentivi per rendere più trasparenti i trasferimenti dallo Stato ai privati. Stiamo lavorando in questa direzione. Evitare la retroattività sarebbe un segnale importante. Lei prima ricordava che lo statuto del contribuente è stato già violato tante volte. Ma è proprio da questo che poi nasce la sfiducia del cittadino verso lo Stato. Si dice: ‘quello che è a favore dello Stato scatta subito, quello che è a mio favore con tutta calma…’. In realtà il fenomeno del “prima e dopo” questa volta non ci sarà. Tutti gli effetti avranno luogo insieme nel 2013. Ma è una disparità di trattamento che va oltre la questione fiscale. Prenda i pagamenti dello Stato verso i privati. Tempi infiniti, senza nessuna sanzione. A che punto è la procedura per avviare i pagamenti? Per quanto riguarda lo stock accumulato, le procedure sono state tutte messe a punto. E la certificazione permetterà alle imprese di respirare attraverso le banche. Ora c’è un problema di risorse. Bisogna alimentare quel fondo che nel 2012 era stato di 6,7 miliardi. Vogliamo rifinanziarlo anche per il 2013. E lo faremo attraverso le dismissioni. Più successo avremo con queste ultime e più potremo accelerare i pagamenti. Una parte di quanto incasseremo, infatti, andrà a ridurre il debito finanziario, una parte quello commerciale. Per quanto riguarda invece i debiti futuri, perché si è rinunciato a mettere nella legge di stabilità l’attuazione della direttiva europea? Perché significava allungare i tempi. L’approvazione in Parlamento del Ddl stabilità sarà lunga, meglio procedere con la via maestra dell’attuazione della delega. Di dismissioni si parla da sempre. Lei si è posto l’obiettivo di un punto di Pil all’anno, ma quando si parte? Il 2012 sta finendo. Per il 2012 abbiamo incassato i 10 miliardi attraverso l’operazione con la Cassa depositi. Nel 2013 spero di fare anche più di un punto di Pil. Con il decreto della spending review abbiamo introdotto gran parte degli strumenti necessari. Ora bisogna individuare i beni da vendere e finalizzare le procedure. Ci aiuterà a farlo un seminario che abbiamo organizzato per la fine del mese con i soggetti politici e istituzionali e con gli operatori del settore. Ministro, due settimane fa, con un articolo di Luigi Zingales, il Sole le ha chiesto di chiarire due vicende che la vedevano coinvolta: la supposta consulenza di Finmeccanica alla sua ex moglie e le sue conversazioni con Ponzellini sulla candidatura alla Banca d’Italia. Lei ha risposto con una lunga lettera. A distanza di qualche settimana, non pensa di poter dire che ci sia stata almeno una leggerezza da parte sua? Con quella lettera ho già dato la mia risposta. La mia storia parla da sola, come i miei comportamenti. Ho visto che nel frattempo è uscito l’esito dell’audit interno a Finmeccanica che ha certificato l’inesistenza di qualunque consulenza alla mia ex moglie. E ribadisco che il contenuto di conversazioni assolutamente private con una persona con la quale ho un rapporto familiare da sempre non può mettere in dubbio né la mia professionalità né la mia moralità.

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