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Grecia in saldo, Svezia a caccia di medici low-cost ad Atene

Le Cassandre avevano torto. L’austerity in Grecia ha funzionato. La prova? Il taglio del 40% alla spesa sanitaria dal 2008 non impedisce a medici e infermieri ellenici di avere davanti a sé un futuro radioso. In Svezia.
«Lo sapevo, era solo questione di aver pazienza», ci scherza su Nikos Kostadiakis, 45enne internista all’Evangelismos, il più grande ospedale di Atene. Gli ultimi sei anni, per lui, sono stati un calvario: «Curo i pazienti riciclando siringhe e bende, mi hanno ridotto lo stipendio da 1.700 a 1.140 euro e non mi pagano domeniche e straordinari ». Ma questa, ride, «è stata la mia fortuna»: la crisi ha trasformato la Grecia in un enorme serbatoio di camici e stetoscopi low-cost. E la Svezia, a corto di dottori, è scesa alla fiera del sud per offrir loro quello che qui è merce rara: un impiego decente e ben pagato.
Mya Myrgren, responsabile dell’Ufficio di collocamento di Stoccolma, strabuzza gli occhi: «Non mi aspettavo tanta gente ». “Swedish Week, cerchiamo
medici e infermiere. Appuntamento all’Hotel Stanley, per presentazioni e colloqui”, recita il depliant promozionale. Nikos è arrivato con venti minuti di anticipo, ma le 50 sedie nel salone dell’albergo sono già tutte occupate. «Saranno almeno in 200», calcola Mya. I ragazzi freschi di corso di laurea lasciano il posto a dottori e dottoresse con i capelli già bianchi.
«Sorpresa? No — assicura Danai Bouboulis -. Qui lavoro per chi fa il mio mestiere non ce n’è». L’ospedale di Lamia, per dire, ha appena chiuso le sale operatorie perché non ha i soldi per gli anestesisti. Danai è uscita 18 mesi fa a pieni voti dalla scuola di infermiere dell’Istituto Tecnologico di Atene. «Dei miei 20 compagni di corso – racconta – solo quattro hanno trovato un posto. Io sono stata assunta per 100 giorni in una clinica privata per 600 euro al mese. Ma da un anno sono a casa». E così — «malgrado il mio fidanzato non sia d’accordo» — è pronta a trasferirsi armi e bagagli in Scandinavia.
Il gioco — a vedere le slide che Myrgren fa scorrere come sirene sullo schermo — vale la candela. «Siamo un bel paese, abbiamo dato i natali a Zlatan Ibrahimovic, inventato il frigorifero e Spotify», esordisce per scaldare la platea. Poi cala l’asso: «Siamo qui perché la Svezia avrà bisogno di 38mila infermiere e migliaia di medici nei prossimi dieci anni. E perché già oggi ce ne mancano 2.700». Brusio in sala. Che diventa una «Ohhh!» di stupore quando Stoccolma mette sul piatto l’offerta economica. «Un’infermiera al primo impiego guadagna da noi tra 2.300 e 2.500 euro al mese, senza straordinari. E ha diritto a 60 giorni a casa l’anno se il figlio è malato. Un dottore specializzato può arrivare a 5.600 euro».
Cifre da mal di testa per un paese dove la disoccupazione è al 23%, lo stipendio medio (per chi ce l’ha) è sceso dai 1.450 euro pre-crisi ai 1.120 di oggi e da cui 420mila persone — tra cui 7.500 medici — sono già emigrate causa-austerity. Nel salone dello Stanley si respira un misto di speranza e incredulità. Che crescono quando la Sahlgrenska University presenta i suoi ospedali di Goteborg: «Abbiamo 16mila dipendenti, ma c’è posto anche per voi. Garantiamo corsi di lingua, aiuto a trovar casa, asilo per i bimbi — dice Paula Sievers, responsabile del personale internazionale — . Qui fuori trovate i banchetti per il colloquio personale».
Giorgos Katzianikolau, cardiologo all’Attiko di Haidiari, si è già messo in coda. «Ho 50 anni, tre figli cui voglio pagare l’università e ancora un po’ d’orgoglio per il mestiere. I tagli alla sanità ci hanno distrutto: nel mio ospedale funzionano 7 sale operatorie su 14. Per un by-pass si aspettano 15 mesi e metà delle ambulanze, auto con 600mila km sulle spalle, sono fuori uso». Morale: «Non l’avrei mai immaginato. Ma sono pronto a voltar pagina e ricominciare da zero a Goteborg».
Riuscirà a mettersi d’accordo sullo stipendio? Facile prevedere di sì. L’austerity ha fatto crollare il costo del lavoro medio in Grecia dai 16,7 euro l’ora del 2008 ai 14 del 2015. Nello stesso periodo in Svezia è salito da 31,8 a 38,22. L’Europa è una. Ma in sei anni Giorgos si è svalutato del 30% rispetto a un collega di Stoccolma ed è pronto a farsi assumere a prezzi da saldo. «Se mi danno 4mila euro triplico lo stipendio e parto».
«Io ero già stata a un appuntamento simile con alcuni ospedali finlandesi che cercavano 28 specialisti — conferma Angeliki Koytsiaftis, 52anni e una laurea in psichiatria che non le basta per ritrovare il lavoro che ha perso tre anni fa — . La crisi ha trasformato la Grecia in un discount, dove il resto della Ue viene a far spesa di braccia per risparmiare». Lei, tesissima, sta per sedersi al colloquio con i responsabili sanitari della regione di Norbotten. «Occhio, Stoccolma non è Atene. Tra novembre e febbraio c’è luce per poche ore al giorno», mette le mani avanti Myrgren. Ma c’è il miraggio di posto e stipendio, motivo sufficiente — per chi vive da anni nel tunnel della crisi — per emigrare. Senza sapere se maledire o ringraziare l’Europa.

Ettore Livini

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