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Grecia, prima intesa Ue-Fmi

L’Eurogruppo era impegnato ieri sera in nuovi tortuosi negoziati nel tentativo di trovare una soluzione durevole alla crisi greca. L’obiettivo era di dare il via libera a una nuova tranche di aiuti finanziari, evitando il fallimento del paese mediterraneo. I negoziati vertevano su un accordo, convincente per il Fondo monetario internazionale e accettabile per i paesi europei più preoccupati dall’impatto politico e morale di una radicale ristrutturazione del debito greco.
La discussione non riguardava tanto la necessità di dare alla Grecia due anni in più per raggiungere i suoi obiettivi di bilancio. Tutti sono d’accordo su questo aspetto. Il nodo era la sostenibilità del debito. Secondo le ultime stime del Fondo monetario internazionale, il passivo rischia di salire nei prossimi anni al 190-200% del Pil (dal 160% di giugno). Nel 2020, il debito potrebbe ammontare al 145% del Pil, molto lontano dal 120% voluto dalla Troika a suo tempo.
L’Fmi si rifiuta di partecipare agli aiuti se non c’è una riduzione immediata del debito, di 20 punti percentuali del Pil rispetto ai livelli attuali (pari a 40 miliardi di euro). Secondo informazioni in tarda serata, il Fondo avrebbe accettato una serie di misure per ridurre il debito al 124% del Pil nel 2020. In discussione erano il calo dei tassi d’interesse, l’allungamento dei prestiti europei, il riacquisto di titoli sul mercato, il versamento ai governi dei profitti della Banca centrale europea sui titoli greci in portafoglio.
Nella notte, uscendo dalla riunione mentre le discussioni erano ancora in corso il presidente della Bce, Mario Draghi, ha voluto infondere ottimismo su un prossimo accordo tra l’Fmi e l’Eurogruppo. «L’intesa ridurrà certamente l’incertezza».
Il timore dell’Fmi è che questo pacchetto – da cui i governi hanno fatto dipendere in ultima analisi il versamento alla Grecia nelle prossime settimane di nuovi aiuti per circa 31-44 miliardi di euro – non sia però sufficiente per portare il debito a livelli tranquilizzanti. Il Fondo quindi vuole anche un impegno su ulteriori future misure, ieri notte ancora oggetto di acceso negoziato con i 17 paesi dell’Eurogruppo.
Da tempo, l’organizzazione internazionale insiste per una vera ristrutturazione del debito greco. Finora i ministri delle Finanze si sono spaccati sulla questione. La stessa Germania è divisa. Il governo Merkel rifiuta (per ora) qualsisasi operazione che intacchi il capitale, ma il partito socialdemocratico – oggi all’opposizione – ha invece dato il suo benestare. La stessa Associazione bancaria tedesca BdB ha detto che una ristrutturazione radicale è possibile come “ultima ratio”.
Ieri mattina, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble aveva espresso una posizione ambigua: «Non posso dare nuove garanzie se al tempo stesso mi accordo per un taglio del debito». Il passivo greco è oggi prevalentemente in mani statali. Schäuble aveva poi aggiunto: «Due settimane fa tutti i membri dell’Eurogruppo si sono accordati per dire che non è legalmente possibile accettare un taglio del debito, se al tempo stesso bisogna concedere nuove linee di credito».
Chi vuole può pensare che agli occhi della Germania l’operazione potrebbe essere accettabile una volta che il programma di aiuti finanziari si conclude nel 2014 (e dopo le elezioni tedesche del settembre 2013). Sarà questo il contorno del possibile compromesso? L’intesa deve permettere al direttore dell’Fmi Christine Lagarde di tornare a Washington con un accordo sufficientemente credibile agli occhi dei paesi emergenti, preoccupati dalla colossale esposizione finanziaria del Fondo in Europa.
Al tempo stesso, l’intesa non deve mettere in difficoltà il governo Merkel in patria. Molti responsabili tedeschi temono che ristrutturare il debito pubblico greco, intaccando il capitale, si tradurrebbe in un trasferimento di denaro alla Grecia, in violazione dei Trattati. L’ultima cosa che l’establishment politico può permettersi in questo momento, a 10 mesi dalle prossime elezioni, è un ennesimo ricorso alla Corte costituzionale di Karlsruhe.

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