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Grecia, l’Fmi si spacca sugli aiuti

Cresce il malessere da parte degli emergenti all’interno dell’Fmi nel continuare a versare prestiti alla Grecia.

Undici paesi latino americani, guidati dal Brasile, si sono rifiutati lunedì di sostenere – astenendosi al momento del voto – la decisione presa dal Fondo monetario internazionale di effettuare nuovi pagamenti alla Grecia, sottolineando i dubbi sulla capacità di Atene di rimborsare i prestiti ricevuti.

Il Fondo può concedere crediti ai paesi in crisi solo se esiste la ragionevole certezza di essere rimborsato.

La posizione di questi paesi è stata rivelata pubblicamente dal rappresentante brasiliano all’Fmi, un’iniziativa inusuale che mette in evidenza la crescente frustrazione del fronte dei paesi emergenti per una politica del Fondo concentrata sul salvataggio degli stati europei in crisi.

«I recenti sviluppi in Grecia confermano alcuni dei nostri peggiori timori» ha dichiarato il direttore esecutivo del Fmi per il Brasile Paulo Nogueira Batista, rappresentante a Washington anche di altri dieci paesi del Centro e Sud America e dei Caraibi.

«La realizzazione (del programma di riforme della Grecia) è stata insoddisfacente quasi in tutte le aree; le previsioni su crescita e sostenibilità del debito continuano ad essere eccessivamente ottimistiche», ha rincarato Batista sfidando l’ottimismo del rapporto ufficiale.

Lunedì scorso il board del Fmi ha dato via libera al pagamento di altri 1,7 miliardi di euro alla Grecia, portando il totale dei fondi finora prestati ad Atene alla cifra complessiva di 28,4 miliardi di euro che sommati a quelli europei totalizzano 240 miliardi di euro.

Il Fondo stesso ha detto che il governo di Atene potrebbe avere bisogno di una riduzione del debito che è tornato al 160,5% del Pil più velocemente di quanto preventivato da parte dei partner europei.

Insomma Atene torna nella tormenta finanziaria.

Come se non bastasse secondo l’Fmi alla Grecia mancheranno 11 miliardi di euro entro la fine del 2015, una previsione che è tornata ad alimentare l’ipotesi della necessità di un nuova ristrutturazione o di aiuti supplementari da parte dei partner europei.

Eventualità molto poco popolare di questi tempi in Europa.

L’allarme è contenuto in un documento conclusivo della quarta revisione della Extended Fund Facility, il programma di aiuti dell’Fmi concesso ad Atene e rilasciato ieri.

L’Fmi aggiunge che il deficit di 11 miliardi di euro potrebbe essere ancora più grande: secondo il rapporto, il piano di salvataggio della Grecia deve affrontare un buco di 4,4 miliardi di finanziamento nel 2014 e un altro di 6,5 miliardi nel 2015.

Ma il divario potrebbe essere ancora più grande, secondo il decano e capo missione dell’Fmi in terra di Grecia, il danese Poul Thomsen, se la crescita dovesse essere minore delle attese o se il paese non dovesse raggiungere, come già avvenuto in passato, l’obiettivo delle privatizzazioni.

Atene è nel sesto anno consecutivo di recessione e nel quarto di austerità.

Il rapporto prosegue ricordando che i recenti sviluppi economici registrati in Grecia sono «in linea con le previsioni» per una contrazione del Pil del 4,25% nel 2013.

Il Pil si é contratto del 5,5% nel primo trimestre. Secondo il Fondo «una ripresa é prevista a partire dal 2014», mentre l’evoluzione del debito sarà «in linea con la cornice concordata dalla Grecia con i partner europei».

Il Fondo inoltre prevede «una graduale riduzione del calo del Pil, seguito da una stabilizzazione dell’attività economica verso la fine dell’anno». Le previsioni sono fatte sulla base del contributo dell’export e degli investimenti, il cui effetto positivo é mitigato dal calo dei consumi privati e pubblici.

Nel medio termine, dice l’Fmi, «la ripresa sarà trainata dal settore esterno, a sua volta sostenuto dal miglioramento della competitività, e dagli investimenti».

Tuttavia, avverte l’Fmi, il rischio che le previsioni debbano essere modificate é alto, soprattutto a causa «dei ritardi delle riforme strutturali, delle vulnerabilità dei conti e della potenziale instabilità politica».

La recente storia greca è lastricata di riforme approvate ma non applicate, di promesse fatte e non mantenute. L’insofferenza dei paesi emergenti è un pericoloso segnale di cui Atene deve prendere nota e fare senza indugi quelle riforme che ha promesso alla troika in cambio degli aiuti.

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