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Grecia, intesa più vicina sui tagli

«La Grecia è parte della famiglia europea e dell’eurozona, e così resterà». Lo ha affermato solennemente il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, dopo l’incontro ad Atene ieri con il premier greco Antonis Samaras. Un’affermazione importante – in sintonia con le dichiarazioni rassicuranti di Mario Draghi sul destino dell’euro – dopo le rinnovate voci di uscita di Atene dalla moneta unica per la mancanza di rispetto degli impegni presi con i creditori internazionali.
Poi però il presidente della commissione Ue ha “strigliato” Atene precisando che «i ritardi» nell’attuazione degli impegni presi dalla Grecia con il secondo programma di aiuti «devono finire», perché «le parole non sono sufficienti, i fatti sono più importanti. Adesso servono risultati, risultati e ancora risultati». Insomma basta con le ambiguità e le fughe in avanti del premier conservatore Antonis Samaras sull’accettazione, a parole, del piano di tagli e riforme strutturali, impegni successivamente sempre rinviati e lasciati nel cassetto per le proteste delle corporazioni colpite dalle liberalizzazioni o dalla eliminazione dei privilegi.
Intanto l’accordo sull’austerity aggiuntiva è a un passo, ma manca ancora – secondo il giornale conservatore Kathemirini – il sì definitivo dei tre partiti della coalizione su dove tagliare, intesa che arriverà lunedì, in un successivo incontro. Per ora i tre leader della maggioranza al governo in Grecia (Nea Dimokratia, Pasok e Sinistra Democratica) hanno concordato sulla cifra dei tagli, cioè 11,6 miliardi di euro, da effettuare tra il 2013 e il 2014.
Il ministro delle Finanze greco, Yannis Stournaras, ha sottoposto un’ipotesi dettagliata di tagli e minori spese ai tre leader della maggioranza, ma per i dettagli sul nuovo programma di austerità, richiesto dalla Troika per sbloccare la nuova tranche di finanziamenti da 30,5 miliardi pronta a settembre, bisognerà aspettare dopo il week-end.
Non c’è comunque tempo da perdere. La situazione del paese resta critica: i depositi bancari sono scesi a 150,6 miliardi a giugno rispetto ai 157 di maggio (-6,8 miliardi, pari a un -4,3%) mentre l’Fmi ha fatto sapere che in caso di nuovi aiuti o di nuova ristrutturazione del debito toccherà ai paesi Ue e alla Bce pagare il conto supplementare.
Anche gli analisti di Citigroup vedono salire al 90% le probabilità che la Grecia esca dall’euro nell’arco dei prossimi 12-18 mesi. In un nuovo studio sulla crisi, la banca americana ha rivisto la precedente stima che vedeva tra il 50 e il 75% le possibilità di un’uscita di Atene dalla moneta unica. Atene, dunque, resta l’anello debole dei 17 membri dell’eurozona a causa dell’instabilità politica e il populismo di parte della sua classe dirigente mentre il turismo perde colpi (-15% le presenze rispetto all’anno scorso) e l’importante settore marittimo resta praticamente esente dalle tasse.
Una situazione, quella ellenica, che in molti tra i paesi “nordici” considerano disperata e senza via di scampo dopo cinque anni di recessione. L’uscita della Grecia dall’euro é «inevitabile», ha tra gli altri affermato in un’intervista alla radio pubblica “Deutschlandfunk” il ministro delle Finanze bavarese, Markus Soeder (Csu), secondo il quale «la Grecia non ha alcuna chance, per questo la sua uscita é inevitabile». Secondo il ministro, Atene «ha la scelta tra una dichiarazione di insolvenza o per un’uscita pilotata dall’Eurozona, soluzione che considero preferibile». Soeder, il cui partito è membro della coalizione di governo guidata dal cancelliere Angela Merkel, ha sottolineato che «la soluzione non é quella di dare ancora soldi alla Grecia, ma che Atene esca dall’Eurozona». Posizione per ora minoritaria in Europa.

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