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Grecia, fuga di capitali prima del voto

Ad Atene sarebbero stati ritirati tra lunedì e martedì 1,2 miliardi di euro dai conti correnti, pari allo 0,75% dei depositi totali mentre il presidente del Consiglio di Stato, Panagiotis Pikrammenos, che in greco per ironia della sorte vuol dire “amareggiato”, sarà il premier greco ad interim che porterà il Paese alle urne il prossimo 17 giugno. Un voto, ha avvertito il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, di cui «è importante che i greci conoscano in pieno le conseguenze: la volontà finale di restare nell’area euro deve venire dalla stessa Grecia. Dobbiamo dire alla gente che il piano per la Grecia è la meno difficile tra tutte le alternative difficili».
Una situazione di pesante incertezza politica, ma senza panico né corse agli sportelli bancari, che ha fatto però aumentare il ritiro dei depositi dai 700 milioni di lunedì alle ore 16.00, cui aveva accennato lo stesso capo dello Stato ellenico, a 1,2 miliardi in due giorni.
C’è anche un piccolo giallo politico. Sulla nomina del premier ad interim sembra che il presidente della Repubblica Karolos Papoulias avesse proposto di estendere il mandato di Lucas Papademos, ex vice presidente della Bce, fino al voto, ma si è scontrato con l’opposizione di Alexis Tsipras, leader della coalizione di sinistra radicale Syriza che in campagna elettorale aveva pesantemente attaccato il premier uscente.
«A spaventare i correntisti bancari sono state le incaute parole di Stratoulis, sindacalista dei dipendenti pubblici e membro di Syriza, che aveva parlato della possibilità di usare i fondi dei conti correnti “per lo sviluppo” del paese», dice Manos Matsaganis, professore all’Università di Economia di Atene, nonché candidato di Sinistra democratica. Parole subito ritrattate ma che hanno generato nervosismo sulle reali intenzioni di Syriza, il partito radicale uscito secondo nel voto del 6 maggio e che i sondaggi condotti ieri dall’Aueb per Extra3 tv danno al 31,9%, come primo partito del Paese.
Una situazione di estrema incertezza che vede le banche greche in difficoltà. Non solo per quelle perdite record da 28 miliardi di euro registrate a fine 2011 per il prezzo pagato al piano di concambio (il maggiore della storia moderna) dei creditori privati tra cui anche le banche greche ovviamente, ma per i clienti locali che non si fidano sempre meno e portano i soldi sotto il materasso o in filiali di banche straniere o direttamente all’estero, soprattutto a Cipro, una seconda patria per i greci.
All’inizio del 2012 i depositi del totale delle banche sono scesi a poco più di 170 miliardi dai 240 miliardi della primavera del 2009. Settanta miliardi fuoriusciti dalle banche nell’arco di poco meno di tre anni. A cui martedì si è aggiunto l’annuncio-shock di Papoulias sui 1,2 miliardi ritirati in due giorni.
Inoltre, la Bce ha ridotto liquidità ad alcune banche greche che non rispettano più i criteri di capitalizzazione, rendendole più dipendenti dalla Banca centrale greca che ha un fondo speciale (Ela, Emergency liquidity assistance) per queste esigenze. Una volta che le banche torneranno al livello di capitalizzazione richiesta potranno di nuovo accedere alla liquidità fornita dall’Eurosystem. Alla fine di gennaio le banche elleniche avevano ricevuto 73 miliardi di euro in liquidità dalla Bce ma questa cifra è stata ridotta di oltre il 50% nel frattempo. La Bce sta riducendo il sostegno – spiegano ad Atene fonti bancarie – perché il Governo greco ha rinviato la ricapitalizzazione delle banche nonostante abbia ricevuto ben 25 miliardi di euro dalla Ue-Fmi per questo scopo. Il Governo tecnico Papademos ha provato a forzare le resistenze politiche dei partiti che lo sostenevano ma alla fine ha dovuto “congelare” l’iniezione di liquidità per disaccordi interni alla maggioranza sui metodi per incentivare i privati a restare nelle quote societarie delle banche ed evitare che alcuni istituti venissero di fatto nazionalizzati, ipotesi che Bruxelles non condivide. Un sistema creditizio in mano ai politici greci in questo momento non sarebbe, secondo fonti di Bruxelles, utile alla causa della stabilità del Paese ma farebbe scappare i pochi investitori internazionali interessati a scommettere sulla ripresa.
Anche se in questi giorni nei principali alberghi di Atene è un fiorire di delegazioni arabe, cinesi e americane di gruppi interessati a capire che fine fanno le privatizzazioni in cantiere per 50 miliardi di euro, e soprattutto in quale moneta (euro o dracma svalutata) verranno ceduti i gioielli di famiglia dello stato greco, quote bancarie comprese come quella molto appetita della Postbank. I buoni affari si fanno nei momenti di svolta.

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