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Grecia e Fmi pesano sui mercati, Borse giù

La Grecia torna a impensierire i mercati. Ma sono state anche prese di beneficio quelle che ieri hanno fatto arretrare i listini azionari che si sono allontanati leggermente dai recenti massimi. La periferia è stata più venduta dell’Europa “core”. Madrid ha ceduto l’1,7%, Lisbona l’1,21%, Milano l’1,07%. Francoforte e Parigi hanno perso meno di un punto percentuale. La maglia nera va però ad Atene (-2,2%) anche se il listino greco va considerato un caso a parte tra quelli dell’Eurozona dato che il Paese è escluso dal quantitative easing della Bce e dal suo indotto che ha portato su Borse e bond un effetto volano che è equivalso a una liquidità complessiva di 360 miliardi nel primo mese di operatività del «Qe».
I rendimenti dei titoli di Stato di Atene sono decollati. I bond a due anni sono balzati a un tasso del 21,7%. Spingendo al rialzo anche i titoli di Italia e Spagna. Lo spread tra BTp e Bund ha chiuso in rialzo a 114 punti base da 109, con il rendimento del 10 anni italiano all’1,28%, leggermente più basso rispetto a quello dei Bonos spagnoli. Gli spread della periferia sono risaliti anche perché nel frattempo il rendimento del Bund a 10 anni ha segnato il minimo storico allo 0,13%. Dal 9 marzo, data in cui è iniziato il «Qe», lo spread tra periferia e Germania è aumentato, anziché ridursi, segnando un paradosso rispetto alle intenzioni iniziali dell’azione monetaria.
Tornando alla Grecia, in mattinata sono aumentati i timori di un default. Urge trovare un accordo con i creditori prima del 24 aprile, quando le casse di Atene saranno pressoché prosciugate. La novità rispetto alle crisi del 2010 e 2012 è che a questo punto un’uscita della Grecia dall’euro è da mettere seriamente sul piatto. «Una crisi greca non può essere esclusa e potrebbe destabilizzare i mercati finanziari – ha detto il capo economista del Fmi, Olivier Blanchard -. Vogliamo fortemente l’accordo – aggiunge – e ci auguriamo di averlo». In ogni modo «il resto dell’Eurozona ora è una posizione migliore per fare i conti con un’uscita della Grecia». Secondo il quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung l’Eurogruppo non ripone più alcuna speranza nella possibilità di una svolta nella crisi greca all’incontro del prossimo 24 aprile a Riga. «A Riga non ci sarà alcun accordo», ha detto una fonte diplomatica europea di alto rango al giornale. È «escluso» che si possa arrivare a concordare un programma di riforme concreto e vincolante. I colloqui con Atene sarebbero quindi, secondo Sz, a un passo dal fallimento.
Staremo a vedere nei prossimi giorni. Certo è che il caso Grecia ha messo in secondo piano le stime di crescita dell’Fmi che vede per l’Italia un Pil in crescita dello 0,5% nel 2015 e dell’1,1% nel 2016 (ma l’Italia resta comunque la penultima nell’Eurozona). Confermate le stime globali per il 2015 e 2016 rispettivamente al +3,5% e +3,8%.
I mercati – nel giorno in cui Nokia (-4%) e Alcatel (+11%) sono apparse vicine a una fusione da 13 miliardi – sono concentrati anche sul market mover di giornata, il dato sulle vendite al dettaglio negli Usa a marzo. I due terzi del Pil degli Stati Uniti derivano proprio dai consumi. Un’impennata favorirebbe una crescita dell’inflazione e spingerebbe la Fed ad alzare i tassi. Invece il dato è risultato sotto le attese (+0,9% rispetto all’1,1% stimato). Di conseguenza gli investitori hanno rivisto al ribasso l’ipotesi di un rialzo a giugno. Non a caso il dollaro ha rifiatato e l’euro si è rafforzato da 1,056 a 1,07.
Oggi i mercati attendono al varco la Bce: per la prima volta in 10 anni l’istituto si riunisce di mercoledì. Potrebbero emergere spunti interessanti. Sono molte le domande che gli investitori vorrebbero porre al governatore Mario Draghi: 1) come mai nel primo mese di «Qe» la Bce ha comprato più titoli a lunga scadenza dei Paesi periferici che non dei Paesi “core”? 2) quanto durerà in realtà il «Qe» considerato che i contratti future oggi indicano che la Bce potrebbe tornare ad alzare i tassi sono nel 2020? E tanto altro.

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