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Grecia al voto, il mercato corre ai Bund

La doccia fredda sui mercati arriva nel primo pomeriggio: quando le agenzie battono la notizia dello stop alle trattative per la formazione del governo greco e del possibile ritorno alle urne il contraccolpo è immediato. L’euro precipita ai minimi da 4 mesi, sotto quota 1,28 dollari, e un fiume di denaro si trasferisce dai titoli di Stato della «periferia» d’Europa al bund tedesco. Si compie tutto in una manciata di minuti: la valuta dell’Eurozona perde di colpo quasi un centesimo (una «figura», come si dice in gergo tecnico); i rendimenti e gli spread dei bond sovrani di Italia e Spagna crescono fino a tornare anch’essi ai livelli di fine gennaio per quello che in fondo è un movimento unico.
È infatti il timore per gli esiti di una crisi della quale si stenta a vedere i contorni e soprattutto si fatica a intuire le possibili ricadute sul resto d’Europa a condizionare gli investitori e spingerli lontano da ciò che profuma di euro (escluso ovviamente il Bund, il cui rendimento sui 10 anni resta ai minimi storici all’1,46%). Quanti pensavano che i prezzi di mercato delle attività a rischio inglobassero già l’uscita di Atene dall’Unione monetaria si devono evidentemente ricredere.
In un’atmosfera simile fa presto a svanire quel barlume di ottimismo che si era diffuso in mattinata e che aveva propiziato un principio di rimbalzo dopo le vendite della vigilia. I dati sul Pil dell’Eurozona stessa nel primo trimestre del 2012, migliori delle attese, passano così in secondo piano. Anche perché la spinta che permette (per il momento) di evitare la recessione tecnica dopo il calo del trimestre precedente arriva tutta dalla Germania, capace di crescere dello 0,5%, oltre le attese. Al di fuori dei confini tedeschi, invece, la Francia ristagna mentre Italia (-0,8%) e Spagna (-0,3% secondo le cifre già riportare in precedenza) arretrano più di quanto si potesse temere, a ulteriore testimonianza delle divergenze in atto nel Vecchio Continente.
Sul mercato del reddito fisso, simili differenze si misurano in termini di spread. Ieri quello dei BTp italiani decennali nei confronti dei Bund si è spinto di nuovo fino a quota 439 (456 secondo Reuters, che utilizza un benchmark diverso). Un movimento simile si è visto anche sui Bonos spagnoli (487 punti base) e sugli OaT francesi (144). Da rilevare, ai fini puramente statistici (oltre che ovviamente psicologici), che con il balzo di ieri il rendimento del decennale italiano con scadenza settembre 2022 è risalito al 6%, riproponendo così scenari che sembravano essersi allontanati dopo le maxi-aste di rifinanziamento a 3 anni della Banca centrale europea (Ltro).
A innervosire ulteriormente gli investitori, se mai se ne sentisse il bisogno, è anche la sensazione che il resto d’Europa faccia fatica a prendere coscienza della gravità della situazione e soprattutto a trovare una linea d’azione condivisa. Anche ieri, sotto questo aspetto, la presa di posizione di Wolfgang Schäuble non ha certo contribuito a stemperare la tensione. Al termine dell’Ecofin (dove peraltro il problema della crisi ellenica non è stato affrontato in via ufficiale) il ministro delle Finanze tedesco ha infatti ribadito che l’annuncio di nuove elezioni non sposta di una virgola il problema: se la Grecia vuole restare nell’euro deve accettarne le condizioni e attuare il programma di riforme concordato con la «Troika».
Il calendario degli eventi mette adesso di fronte agli investitori, oltre agli imprevedibili sviluppi della questione ellenica, due giornate dense di appuntamenti sul fronte delle aste di titoli pubblici (Germania e soprattutto Francia oggi, Spagna domani). Test importanti, almeno per Parigi e Madrid, che si terranno in un clima di mercato non certo ideale.

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