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Gratuito patrocinio tagliasoldi

Compenso dimezzato per l’avvocato che assiste il cliente ammesso al gratuito patrocinio a spese dello Stato. La regola, che vale solo in materia civile, non contrasta con la Costituzione perchè rappresenta una scelta ragionevole del legislatore, giustificata dall’esigenza di garantire l’assistenza in giudizio per tutti i cittadini che non possono permettersi di pagare la parcella di un legale.

È quanto è stato sostenuto dalla seconda sezione civile della Corte di cassazione, con la sentenza n. 10239, depositata il 2 maggio 2013.

Nel caso di specie un avvocato ha assunto le difese di uno straniero – ammesso al gratuito patrocinio a spese dello Stato – nell’ambito di un procedimento svoltosi davanti al Tribunale per l’ottenimento dello stato di rifugiato.

All’esito del processo il giudice ha liquidato in favore dell’avvocato un compenso irrisorio.

Per questo motivo il professionista ha avviato un procedimento a parte per opporsi alla decisione sulla parcella, in esito al quale il Tribunale ha liquidato un importo superiore ma, comunque, dimezzato rispetto a quanto previsto dalle tariffe forensi.

In particolare, il Tribunale, una volta riconteggiata la parcella, ha fatto applicazione dell’articolo 130 del dpr n. 115 del 2002. Questa norma, infatti, impone al giudice di dimezzare i compensi per le prestazioni professionali forensi rese a persona ammessa al beneficio del patrocinio a spese dello Stato, quando si verta in materia civile.

L’avvocato ha trascinato la lite davanti alla Corte di cassazione. Qui ha sostenuto che la norma invocata fosse da ritenere implicitamente abrogata a seguito dall’intervento dell’articolo 2, comma 2, del dl n. 223 del 2006, il quale dispone che «il giudice provvede alla liquidazione delle spese di giudizio e dei compensi professionali, in caso di… gratuito patrocinio, sulla base della tariffa professionale», senza più riferirsi al contestato dimezzamento dell’importo. L’avvocato-ricorrente ha poi rimarcato la disparità di trattamento tra avvocati civilisti e penalisti, posto che l’art. 130, dpr 115/2002 si applica solo in materia civile, ponendosi dunque in contrasto con la Costituzione.

La Corte di cassazione, nel pronunciarsi sulla vicenda, non ha condiviso le argomentazioni difensive prospettate dal legale, confermando la legittimità del meccanismo di dimezzamento del compenso.

Secondo gli ermellini, infatti, l’art. 130 non sarebbe stato abrogato. L’indicazione – contenuta nel decreto del 2006 – della «tariffa professionale» quale base di calcolo per la liquidazione giudiziale dei compensi spettanti al difensore di chi sia ammesso al patrocinio a spese dello Stato non impedisce affatto che «tale indicazione sia integrata da altre equiordinate disposizioni normative che, senza contraddirlo, modulino, in funzione di specifiche esigenze, il predetto criterio generale».

Il meccanismo del dimezzamento del compenso, inoltre, non sarebbe nemmeno incostituzionale. Sul punto i giudici capitolini hanno osservato come detto procedere non imponga al professionista un sacrificio tale da risolvere il ragionevole legame tra l’onorario a lui spettante ed il relativo valore di mercato, posto che si tratta, semplicemente, di una diversa modalità di determinazione del compenso medesimo, tale da condurre ad un risultato che, sebbene economicamente inferiore a quello cui si sarebbe giunti applicando il criterio ordinario, risulta ragionevolmente proporzionato, e giustificato dall’interesse generale che il legislatore ha inteso perseguire nell’ambito di una disciplina volta ad assicurare al non abbiente l’effettività del diritto di difesa in ogni stato e grado del processo, nella quale la liquidazione degli onorari professionali deve rimanere a carico dell’erario.

Sulla base di queste premessi, i giudici della Cassazione hanno rigettato il ricorso del legale, confermando la decisione emessa dal tribunale.

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