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Grasso: mi occuperò di giustizia Il neopresidente che può salire ancora

Era un incontro programmato da tempo, d’accordo. E il neopresidente del Senato è persona a cui non piace disattendere gli impegni. Ma dopo l’elezione a seconda carica dello Stato, se non si fosse presentato tutti avrebbero capito e nessuno si sarebbe offeso. Tanto più nel giorno di festa. Invece no. Con appena qualche minuto di ritardo rispetto al programma, ecco arrivare la macchina di servizio con fari e lampeggianti accesi, scortata da altre due e uno schieramento di protezione rafforzato. Ne esce Pietro Grasso con la camicia slacciata sul collo, niente cravatta e scarpe da velista ai piedi, che s’infila in un teatro romano dove un pezzo di società civile molto vicina al Partito democratico l’aveva invitato a discutere di «emergenza sicurezza a Roma, ripartiamo dalla legalità».
Prima di dargli la parola, il conduttore presenta Grasso come il volto pulito delle istituzioni, rispetto ad altre immagini giunte ieri dal Senato che assomigliavano — dice — a scene tratte da Il Padrino. Il pubblico applaude, l’ex procuratore nazionale antimafia si limita a un sorriso. Gli ricordano di quando Cosa nostra voleva ucciderlo, e lui — salito sul palco — racconta come scoprì il progetto di attentato ai suoi danni. Glielo svelò un pentito che stava partecipando a quel tentativo, interrotto solo dagli arresti e qualche coincidenza. «Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio — spiega Grasso — la trattativa fra lo Stato e la mafia languiva, e Riina disse che bisognava dare un altro “colpettino”. Che ero io. Ero diventato oggetto della trattativa, una vittima designata. Per fortuna le cose andarono diversamente, e siamo qui a raccontarle».
Era il 1992, una stagione di crisi istituzionale che ha più di un punto in comune con l’attuale. A partire da un Parlamento nuovo di zecca, rivoluzionato rispetto ai vecchi equilibri. E c’era da eleggere il capo dello Stato, scadenza che si ripresenterà tra un mese. Allora, sull’onda terribile della bomba che dilaniò Giovanni Falcone insieme alla moglie e agli uomini di scorta, lo stallo fu superato dalla scelta di Oscar Luigi Scalfaro, che era appena salito alla presidenza della Camera. Senza evocare scenari tanto drammatici, dopo l’esito delle votazioni dell’altra sera nei palazzi della politica c’è chi ha cominciato a ragionare sull’eventualità che anche l’ex magistrato antimafia possa diventare una carta da giocare. Nei colloqui ufficiali e ufficiosi i nomi in lizza per adesso sono altri, ma se uno fra quelli circolati finora non fosse in grado di sciogliere il groviglio, il neopresidente del Senato potrebbe rappresentare una soluzione istituzionale capace di raccogliere il consenso necessario. Al di là dei proclami e degli anatemi dell’ultima ora.
Ovviamente Grasso a tutto questo fa mostra di non pensare nemmeno lontanamente. Lo aspettano impegni già sufficientemente gravosi, che ne fanno un protagonista del tentativo di far vivere la legislatura appena nata, superando il primo ostacolo che è la formazione del governo. «È un sentiero stretto — confida mentre lascia il teatro — ma dobbiamo provare a percorrerlo. Bisogna oltrepassare lo scoglio del voto di fiducia che, per esempio, in Sicilia non c’era. Lì l’elezione diretta del governatore ha consentito al governatore di instaurare un rapporto proficuo col Movimento 5 Stelle; qui la situazione è diversa. Ma faremo tutto il possibile per trovare una via d’uscita». Parole da seconda carica dello Stato. In precedenza, sul palco, quando una ragazza gli ha consegnato una copia della Costituzione ha scelto di leggere l’articolo 3, quello che sancisce l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e il dovere di «rimuovere gli ostacoli» alla partecipazione di tutti alla vita delle istituzioni. Chiosa Grasso: «È ciò che non viene ancora attuato». Nel suo primo discorso a Palazzo Madama ha invocato una «pace sociale» che, chiarisce ora, «comprende anche il conflitto tra politica e giustizia». Ma come a rintuzzare chi continua a indicare giudici e pubblici ministeri come un pericolo, aggiunge: «Anche l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono un dettato costituzionale, valori da difendere perché non sono un privilegio ma rappresentano il controllo di legalità da parte della società». Poi saluta e se ne va. L’aspettano una cravatta e la prima salita al Quirinale nella nuova veste. Per incontrare il presidente della Repubblica.

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